Ok, arrivati quindi fin qua dopo la lettura DELLA PARTE I <– link posso “provare” ad introdurre un pò il software di guida PHD con qualche raccomandazione.

La prima è la piu importante..prestate attenzione anche ai miei articoli! Repetita Juvant…io non sono un esperto assoluto di astrofotografia, quanto piuttosto un astrofotografo che cerca di raccontare tramite esperienze cosa ci sta dietro ai sistemi a mano a mano che li scopre. Siccome adoro l’interfaccia del blog, che è anche un pò il mio blocco appunti, questa anticipazione è dovuta perchè come abbiamo visto anche nei precedenti articoli, spesso la sensazione è che sia vero tutto e il contrario di tutto. Quindi d’obbligo sempre incrociare piu fonti.

La seconda raccomandazione invece è questa: i sistemi di guida, come abbiamo visto, sono semplicissimi finchè tutto funziona. Tuttavia,a livello pratico, un sistema di autoguida è talmente sensibile a tutte le condizioni di circostanza, da rendere praticamente impossibile trovare un uovo di colombo che vada bene per tutti i setup e per tutte le situazioni, e questo ovviamente non fa che aumentare a dismisura la bibliografia di problemi che si può di norma trovare online. Ahimè, la risposta universale a tutte le domande dell’autoguida, probabilmente non esiste e questo di sicuro può deludere un pò le aspettative che di norma ci possiamo aspettare dai vari tutorial.

Esiste però un atteggiamento che si dovrebbe adottare tutte le volte che ci si prefigge di riprendere, e su questo ovviamente mi rivolgo in larga parte a chi approccia alla materia…la differenza, la fa IL METODO.

DUE PAROLE SUL METODO

Il metodo, soprattutto all’inizio, è l’unica vera garanzia di successo quando si vuole iniziare a fare “sul serio”. Prendere appunti, valutare e scriversi le procedure di stazionamento , fare continui accertamenti sul proprio setup, ricordarsi BENE cosa si sta smanazzando sui software, sono tutti aspetti che fanno parte di quelle piccole accortezze che piano piano portano ai risultati.

Diversamente, è talmente ampia la casistica di parametri ritoccati che portano a risultati poco prevedibili, da far perdere il filo a qualsiasi astrofotografo, di qualsiasi grado. Non è un caso se ad esempio astrofotografi di maggior esperienza consigliano spesso di “tenersi lontani dai problemi”, e questo deriva sicuramente dalle miriadi di notti perse in un frustrante insuccesso dovuto magari ad una DLL che non funziona, ad un cavo che tira, ad un attacco non ben serrato, ad una impostazione modificata mentre si provava il sensore dell’amico la volta prima e che la nostra memoria ha totalmente bypassato.

Giusto per ridere un pò, tra le casistiche ricorrenti relative ad insuccessi o stress aggiutnvi, si va da mezza serata persa perchè si è lasciato impostato il simulatore come camera di guida (wow che graifco piatto!!) fino al tappo nel telescopio di guida (ma cavolo non mi va piu a fuoco!!) Personalmente, sonocose che mi sono capitate e in certi casi sono state anche piuttosto frustranti 😀

Anche quando ci si avvicina proprio al problem solving di un’autoguida, l’approccio fondamentale è sempre alla base di qualsiasi problem solver e risponde ad una domanda, e una soltanto: COSA STO FACENDO?

Questa banalità spesso risiede all’interno di logiche piu “oscure”, il piu delle volte non si ha ben chiaro dove si è, da dove si arriva e soprattutto dove si andrà, anche in un ambito procedurale volto a migliorare una buona situazione pregressa ma non molto chiara.

Il motivo per cui faccio questo papiro all’interno di queste chiacchierate, risiede proprio nella logica di utilizzo di un qualsiasi programma di autoguida, di cui PHD rappresenta attualmente forse la scelta piu quotata da molti astrofili. e cioè:

Per SAPERE come funziona un software di guida come phd, bisogna STUDIARE

Per CAPIRE come funziona Yn software di guida ocme PHD bisogna INTERPETARE


Applicare una sola di queste due logiche, non fa che dare risposte parziali. In realtà, bisogna strizzare l’occhio ad entrambe.

Infatti, questi due aspetti sono asslutamente legati tra loro e la capacita del loro “utilizzo completo” risponde ad un nome e uno soltanto: ESPERIENZA. L’esperienza è quell’aspetto che permette la soluzione personale ad un problema proprio e di altri, risiede sostanzialmente nella completezza di casistiche da affrontare e spesso passa inosservato nella valutaizone sia di chi consiglia sia di chi riceve il consiglio per due motivi: o chi sta consigliando ha già un bel bagaglio di esperienza e dà per scontate alcune cose, o chi consiglia ha risolto qualche proprio problema in maniera del tutto fortuita, o chi riceve il consiglio applica senza aver compreso in pieno i motivi. E’ normale, ci si passa tutti.

Ecco, questo concetto racchiude in sè la grandissima risorsa che ognuno di noi ha mentre prosegue nel suo percorso, l’esperienza è la risoluzione dei problemi, ma l’esperienza non può essere un tutorial. Ecco spiegato a mio parere per quale motivo è difficile trovare tutorial risolutivi in termini di autoguida e quindi è bene considerare che finchè la barca va bisogna lasciarla andare e rimandare i miglioramenti di un sistema non precisissimo a piccoli interventi circostanziati nel tempo.

Detto questo, uno dei miei preferiti metodi per avventurarsi nel proprio problem solving, sta nel fatto che l’autoguida va letta, interpreatata e corretta non sulla base di un parametro ma sulla base di una serie di parametri che sono tra loro connessi per via diretta o indiretta. Detto in parole povere, se si vuole migliorare un aspetto relativo alla propria autoguida agendo su un parametro, può essere difficile che si ottenga un risultato a meno che a monte non ci sia stata una valutazione precisa che porta ad agire su quel parametro. Il piu delle volte, è opportuno intervenire su un parametro “in relazione a”, e intuire che siccome “la conseguenza sarà”, allora dovrò “agire anche su”

Detto in parole povere: se vogliamo parlare a nuora (software) perchè suocera intenda (montatura) dobbiamo intuire quale sia il punto della discordia, trovare le parole giuste per affrontare il discorso con la moglie, dopodichè magicamente la suocera farà ciò che noi gli abbiamo trasmesso tramite la nuora.

La conoscenza del software implica una logica di insieme, dove la valutazione si dovrebbe fare sulla base di tutti gli elementi di intervento che permette il programma e non solo di uno di questi. In pratica, non ha alcun senso agire ad esempio su un solo parametro tipo il MIN MOV se non abbiamo tenuto conto della lunghezza dell’esposizione e non abbiamo messo in relazione il seeing, con la durata della posa della camera di guida, con l’entità di scostamento minima entro cui far intervenire l’impulso di guida, relazionando tutto poi alla meccanica della montatura.

Vista cosi di sicuro è tutto fuorchè semplice, ma se sei qua probabilmente hai già passato la fase del “mi va bene qualsiasi cosa purchè sia..” e quindi tantovale affrontare un paio di cosette.

INSTALLAZIONE PHD

Saltando a piè pari tutta la questione di installazione (RACCOMANDAZIONI: modalità AMMINISTRATORE) una finestrella caruccia e spesso trascurata è quella che si presenta al primo avvio, in buona sostanza questa:

Questa finestrella è molto importante e ci fa capire subito un qualcosa su una parte di architettura che sta dietro al software. Proprio il fatto che si attivi un allarme Windows Defender Firewall ci fa capire che questa finestrella ha a che fare con le connessioni, in dettaglio connessioni server e loro comunicazione. E’ importante sempre sincerarsi che al primo avvio della macchina, si dia l’accesso a PHD2 di smanazzare con la comunicazione tra software e il motivo è presto detto. Avendo PHD un lato server che riceve istruzioni da script esterni e restituisce array di dati, è importante fornire al programma le autorizzazioni a farlo sltrimenti il firewall farà ciò che è deputato a fare: cioè, da un bel calcione alla connessione con buona pace dell’intercomunicabilità tra le piattaforme..Prestare attenzione a questo aspetto evita tutti quei problemi e problemuncoli dovuto sostanzialmente a mancate comunicazioni tra piu applicativi, ad esempio un software di gestione (come Voyager o APT o SGP per citarne alcuni) devono poter comunicare con PHD affinchè gli impartiscano istruzioni, quali ad esempio effettuare appunto un dithering, una calibrazione, l’intervallo di guida. A sua volta, PHD comunicherà ai software il suo stato, riporterà i dati per i grafici e per le dimensioni delle stelle e tutto quanto farà parte dell’array necessario a gestire il tutto. Dico questo perchè è capitato ad alcuni amici che non funzionasse il dithering tramite software esterni a PHD e la problematica è stata poi ricondotta a questo aspetto. Per comunicare con programmi esterni, quindi, dobbiamo assegnare a PHD il diritto di farlo.

Il sunto di questo piccolo paragrafetto è quindi questo: se hai problemi di dithering mancati o problemi relativi alla comunicazione tra piu software (problemi di timeout, problemi di mancate risposte, problemi di dati che non arrivano, latenze varie) che devono interfacciarsi con PHD, in prima analiisi la soluzione va cercata qua, con tanto di Antivirus al seguito.

LA PIRAMIDE DI PHD

Osservando un pò l’architettura con cui è stato programmato, possiamo interpretare una piramide che personalmente valuto cosi

a) In cima abbiamo gli algoritmi. Gli algoritmi sono praticamente quella serie di istruzioni di calcolo che vengono inserite all’interno di una routine ed è volta a fornire sostanzialmente un ambiente definito entro cui effettuare una serie di considerazioni matematiche volte a determinare (nel nostro caso) il risultato in termini di autoguida. Ecco spiegato, ad esempio, per quale motivo non è possibile modificare un algoritmo DURANTE la guida e per quale motivo è bene metterli in cima alla nostra piramide: a prescindere dagli interventi su altri parametri (che vengono a cascata) saranno sempre questi a determinare le valutazioni primarie su cui far rientrare la predizione sul prossimo intervento di guida.

Prendendo a riferimento una normale montatura equatoriale, possiamo innanzituto osservare che i due assi sono diversi, hanno movimenti e ruoli completamente separati tra di loro. In dettaglio osserviamo che:

  1. L’asse di AR ha un movimento continuo durante la nottata, scandito come un orologio e la cui meccanica è costantemente in movimento. A livello meccanico sappiamo che c’è una vite senza fine(VSF) che pilota una corona su cui è fissato l’asse, facendolo girare. Bene, l’accoppiamento corona/VSF è soggetto ad errori intrisechi del sistema che dipendono nel loro susseguirsi nel tempo dalla durata di un giro di Vite senza Fine. Questa varia di montatura in montatura, esempio dura 5 Minuti per una CEM60 o 8 minuti per una Neq6 (mi pare..verificatelo voi). Questo significa che ogni tot minuti si ripresenterà sempre lo stesso errore periodico, che il sistema dovrà “filtrare” individuandolo tra tutte le ulteriori correzioni necessarie, che siano dovute ad un bilanciamento, a un brutto seeing o al vento o a un cavo che si è mosso. Utilizzando un algoritmo di ISTERESI viene quindi apposto un certo ritardo prima di intervenire ad effettuare correzioni, onde evitare che una situazione momentanea (come può essere ad esempio il seeing) vada a influire negativamente su un movimento regolare nel tempo come appunto dovrebbe essere l’asse di AR.
  2. L’asse di DEC: l’asse di Dec, invce ha un funzionamento diametralmente opposto. Come visto nei precedenti articoli, se c’è un perfetto allineamento non ci sarebbe nemmeno bisogno di guidare! (ad esempio in tutti quei casi in cui una postazione fissa viene allienata con il metodo BIGOURDAN di precisione). Ma ahimè…siamo itineranti, spesso non abbiamo tempo o voglia di fare un sistema del genere (che è l’UNICO vero sistema con cui stazionare di precisione alla polare) e quindi abbiamo bisogno di correggere in dec. In questo caso, ad ogni modo, non c’è limite al periodismo..nel senso che in una serata potrebbe anche non verificarsi mai un giro completo di vite senza fine. Tutto dipende da quanto siamo precisi…Ad ogni modo, l’asse subisce correzioni in entrambe le direzioni, Nord e Sud, quasi in continuo se non siamo ben allineati. Quel continuo su e giu è dovuto sostanzialmente a due aspetti legatissimi tra loro: giochi e bilanciamento. Giochi, perchè chiaramente un ampio gioco della VSF non fa che “titillare” continuamente tra un dentino e l’altro…Bilanciamento, per gli stessi motivi spiegati per l’AR. In questo caso però, di norma siamo fuori polare in una direzione e quindi il sistema può avere dei vantaggi se gli suggeriamo di evitare di passare da una direzione all’altra. Questo Logaritmo è il RESIST SWITCH la cui base è molto similare all’Isteresi ma con una considerazione in piu: preferisce anteporre appunto una resistenza al cambiamento di direzione durante la guida. Questo significa che di norma aspetterà che la stella derivi in una stessa direzione prima di correggere. Quando arriverà però a correggere troppo, portandola dall’altra parte, allora cercherà nuovamente di riportarla in centro con direzione opposta (Nota: questa funzione non è da confondere con il parametro “Nord” “Sud” “Auto” che si trova nella maschera principale.

A questo punto, la cosa migliore da fare è studiare i restanti algoritmi tenendo sempre presente un aspetto: di norma, questi due funzionano benissimo per tutte le volte in cui è sereno e c’è un tempo adatto alle riprese. Elencare tutti i restanti algoritmi non solo appesantisce tutto (e già è pesante di suo) ma contribuisce a fare piu confusione a mio parere. Per lo scopo di questo intervento, è la LOGICA che deve passare, il resto vien da se.

2) Tornando a bomba alla piarmide, subito sotto gli algoritmi, abbiamo gli interventi che si possono fare durante la guida, nella barra utente per dirla spiccia. E sono questi qua:

Questi sono i parametri che, a differenza del punto precedente, si possono cambiare durante la guida e servono per le correzioni fini. C’è poco da dire e li conosciamo piu o meno tutti,…

Agr è l’aggressività, intesa come la durata e tempestività con cui inoltrare un comando di guida,

Isteresi l’ìabbiamo visto piu sopra, è la quantità di “memoria” di cui tenere conto prima di rilevare un sostanziale cambiamento dell’andamento della guida,

MoMi è il minimo movimento oltre il quale far intervenire la guida.

Gli ulotimi due parametri si ripetono anche per la Dec, dopodichè abbiamo la durata massima degli impulsi, espressa in micorsecondi, e la compensazione della deriva…Su automatico, permette correzioni del solo asse di DEC in entrambe le direzioni, se messo su Nord solo in un verso, se messo su Sud solo nell’altro ma ovviamente è una impostazione sconsigliabile per itinerante.

3) La diagnostica: PHD è un software che permette anche una diagnostica molto interessante per valutare la propria strumentazione. In prima analisi è bene osservare il grafico quando ci si pone nell’ottica di diagnosticare il sistema, ma oltre questi la schermata piu importante è sicuramente costituita dalle statistiche:



Le statistiche si dovrebbero sempre leggere in arcosecondi e il calcolo viene effettuato in automatico dal software quando si inseriesce la lunghezza focale del telescopio di guida. Essendo un riferimento universale, l’arcosecondo ci fornirà anche l’idea di massima sulla qualità dell’immagine dal momento che se il setup è stato opportunamente studiato avremo ben a mente il rapporto tra guida e ripresa e quindi sapremo valutare tempestivamente la qualità della guida. Oltre a questo PHD permette di fare valutazioni sul backlash della montatura e sugli errori periodici dell’asse di AR.

SOPRA A TUTTO QUESTO…L’ASTROFILO

Bene, abbiamo in pratica questi TRE contest che sono in ordine di importanza: .gli algoritmi e gli interventi in corso d’opera e la diagnostica.

E’ importantissimo a mio parere leggere in questa maniera il software, perchè mentre gli algoritmi ci fanno entrare all’interno di un contesto, i parametri variabili in corso d’opera ne regolano alcuni aspetti sostanziali e costituiscono in buona sostanza tutta quella serie di valutazioni e considerazioni da fare durante una normale nottata di riprese. La diagnostica, oltre a costituire un elemento in piu, ci permette di entrare nello specifico del problema qualora intuiamo di averne uno e di attuare una serie di misure volte a circoscrivere una problematica. I tre aspetti, ad ogni modo, sono FORTEMENTE legati tra loro ma in termini di autoguida sul campo solo i primi due già costituiscono uno strumento piuttosto potente di intervento. Adesso, ad esempio, sapendo come può funzionare un’isteresi o per quale motivo utilizziamo un resist switch, ci apparirà piu chiaro un aspetto fondamentale: TUTTI I PARAMETRI SONO INTRECCIATI TRA LORO e consentono una correzione opportuna solo quando teniamo conto di tutto l’ambiente che circonda quel parametro.

Per quel che mi riguarda, io lego sempre diversi aspetti per ogni asse e decido in seguito come operare…

Tempo di posa tra un frame e l’altro con Algoritmo di guida con Valutazioni sul Seeing con Isteresi con MoMi con Aggressività. Tutto insieme. E’ l’unico modo che conosco per poter interpretare corretttamente una guida e fare gli opportuni aggiustamenti, passare quindi da cambiare un parametro “in relazione a”, intuire che siccome “la conseguenza sarà”, allora dovrò “agire anche su”

Ipotesi: una montatura con cinghia è piu reattiva di una con ingranaggio. Quindi, poste come ottime le condizioni di bilanciamento, stazionamento, campionamento etc, avremo una montatura piu reattiva. Bene, già questo ci farà capire ad esempio che è bene aumentare il tempo tra una posa e l’altra, attestandoci magari anzichè dai 2 secondi ai 4 secondi. Questo aspetto avrà come vantaggio il fatto di diminuire i nefasti effetti del seeing. Bene, aumentando però il tempo di posa, utilizzando una isteresi, significa che supponendo un ciclo di 10 pose avrò un cambio di condizoni piu lento qualora io abbia bisogno di adeguarmi ad una condizione dinamica intercorsa durante la serata (ipotesi, si alza un pò di vento). Questo perchè ovviamente aumentando il tempo di posa, aumenta anche il tempo di reazione dal momento che l’isteresi è un parametro che non tiene conto del tempo intercorso ma solo del numero dei frame! Allora, questo potrebbe ad esempio portarmi ad una sottocorrezzione, cioè potrebbe non essere sufficiente la quantità di correzioni apportate…ed ecco quindi venirmi in soccorso il MoMi, ch eposso abbassare affinchè il sistema venga allertato su una condizone piu restrittiva da considerare come errore forte anche del fatto che aumentando la durata della posa contengo di piu il seeing. Ovviamente a questo si va a legare poi anche l’aggressività, dal momento che se il sistema è troppo lento nella risposta ma ha una forte aggressività, potrebbe causare l’effetto contrario ergo sovracorreggere..cioè, una volta superata l’inerzia al movimento, potrebbe trovarsi a dare una bella “botta” di impulsi che farebbe ribaltare la situazione…da deriva in un lato a deriva all’altro. E di nuovo ricominciare la solfa. Ecco quindi, alla noce del discorso, chje in questo caso abbassare l’aggressività potrebbe rivelarsi vincente.

Risultati immagini per phd overcorrection

Nella stessa ipotesi ma con risolti differenti una montatura sovraccarica o che già nativamente ha forti resistenze al movimento..allora in questo caso, potrei avere necessità di diminuire i tempi di posa, magari portandoli ad un secondo per poter avere una guida continua e contestualmente aumentare il MNmo perchè la logica conseguenza di una situazione del genere è di sicuro il rischio di guidare sul seeing. Se sono in serate dove tutto sta andando bene, posso aumentare l’isteresi in Ar in modo da poter avere una guida un pò piu morbida e meno soggetta a sbalzi e contestualmente potrei anche diminuire la lunghezza massima degli impulsi di guida in modo da evitare un eventuale rimbalzo.

Questi concetti son ogli stessi che posso applicare all’asse di DEC, praticamente gli stessi. E’ importante leggere il grafico e di conseguenza agire ma prima di tutto cercar edi capire COSA sta causando un brutto grafico e le stelle allungate..

Purtroppo, tutto questo è difficilmente inseribile all’interno di un articolo di blog, soprattuto un articolo di questo tipo che è piu volto a spiegare l’approccio che la soluzione… ma possiamo “stringere” il succo del discorso con tre fondamentali concetti

a) come visto negli articoli precedenti, tutto deve essere METICOLOSO e fatto con METODO, i setup ben studiati, le flessioni meccanice EVITATE come la peste etc.

b) Nelle serate poco belle, non è bene riprendere. O perlomeno, è necessario evitare di confrontare i grafici di guida con sessioni a cielo perfetto..lo facciamo tutti, è vero, ma è da evitare.

c) nel software phd TUTTI i parametri forniscono una risposta ad una condizione precisa e cioè che abbiamo in testa non un parametro solo, ma tutta una serie di considerazioni. Come un direttore d’orchestra, quante piu casistiche abbiamo a disposizione e informazioni sul sistema e piu precisi saremo negli interventi.

Per concludere lascio qua in allegato questa DISPENSA che si trova direttamente dal sito PHD. E’ fondamentale leggerla anche come approfondimento di quanto spiegato in questo blog e contiene i consigli utili piu opportuni su PHD:

Ora, spero che anche questo articoletto poss aver contribuito a sviluppare qualche aspetto relativo alla giusta “forma Mentis”.., il mio “lavoro” su questi aspetti lo ritengo finito. Tutta questa serie di considerazioni parte da diversi articoli fa, precisamente dai campionamenti e via discorrendo fino a tutta la serie di articoli sull’autoguida e questo articolo è il naturale proseguimento di quei lavori.

Ringrazio tutti gli amici che fin qua hanno supportato e letto questo blog e rivolgo un caro saluto a tutti!

Cieli sereni

Fabio Mortari con 37.7 di febbre. 😀 Si nota?

Concludo questa (per forza) non esaustiva rassegna sui sistemi di guida, parlando finalmente del software probabilmente piu usato per l’autoguida, PHD.

Quello che vado a presentare è un articolo piuttosto lungo, quindi consiglio magari di leggerlo in piu momenti. Purtroppo non ho possibilità di spezzare a volte gli argomenti perchè un articolo incompleto crea molte contestazioni/dubbi e quindi certe cose preferisco dirle in unica soluzione e poi eventualmente discuterne e integrare.

Partiamo da un presupposto “basic”. Se

a) abbiamo un corretto campionamento del sistema di ripresa – LINK

b) Abbiamo un corretto campiomento tra sistema di guida e di ripresa – LINK

c) Siamo stati accorti che non ci siano problematiche di montaggio o inaccortezze varie e posto che la montatura non abbia porblematiche interne – LINK

….bene…se queste tre condizioni sono VERE, allora PHD consente una buona autoguida già con le impostazioni di base su un setup che non sia troppo pesante, troppo spinto con le focali lunghe, che la serata sia ottima, che non subentrino delle questioni “dinamiche” allì’interno della sessione.

Definizione di buona autoguida: una buona autoguida si può definire qualora fare una sessione ci trasmetta tranquillità a prescindere dalla perfezione di un grafico, con una stella tonda sulla maggior parte dei frame e che ci trasmetta l’idea di qualcosa di solido Se questo avviene, il sistema sta guidando in maniera sufficiente allo scopo e quindi partiamo da una base già piuttosto buona

Quello che possiamo fare mentre stiamo riprendendo è cercare di capire piu o meno come funziona questo mondo qua, quindi mentre siete li che vi godete il cielo proviamo a leggere insieme due robe.

COS’E’ E COME FUNZIONA UN SOFTWARE DI GUIDA

Un software di guida è un programma che ha lo scopo di rilevare la posizione di un centroide luminoso sugli assi cartesiani di un sensore (x e y) e di effettaure dei calcoli PREDITTIVI…

no spe….ripetiamo…

di effettuare dei calcoli PREDITTIVI…sul posizionamento della stella nel tempo e di calcolare i tempi di apertura di una serie di interruttori affinchè quel centroide rimanga all’interno degli stessi pixel.

In dettaglio, come è ovvio e giusto che sia (stiamo parlando dell’acqua calda) la correzione avviene sulla base di una media di frame per individuare nel corso del tempo dove si posizionerà la stella nel frame successivo e quindi ANTICIPARE un eventuale spostamento attivando interruttori (logici o fisici) affinchè si vada ad annullare il potenziale errore introdotto da cause meccaniche (giochi e periodismi). Detta in parole povere, come avviene in ambito aereonautico, il software deve volare davanti all’aereo, anticipandone quindi le manovre errate per imbastire azioni correttive senza che l’utente se ne accorga. Ovviamente, come ADDENDUM (cioè viene DOPO) si può intervenire per eliminare i DISTURBI (cosi vanno chiamati) dovuti a condizioni estemporanee (vento, seeing etc)

Siccome lo scostamento di una stella avviene su una matrice di pixel numerati in coordinate XY e siccome stiamo parlando di NUMERI, è possibile confezionare una serie di comportamenti del software applicando algoritmi di reazione a questo potenziale spostamento che si possano sposare con una situazione specifica e quindi far comprendere nei calcoli alcune condizioni o escluderne altre, aumentare una frequenza di calcolo o diminuirla, aumentare la richiesta di intervento sulla base di uno scostamento fisico, o diminuirla, o annullarla etc.etc.

Quindi, possiamo agire su PHD affinchè si possano correggere gli errori introdotti dalla montatura.

Detto in parole povere, possiamo parlare a nuora (phd) affinchè suocera (montatura) intenda.

Ora, che PHD sia sostanzialmente una donna lo si può osservare facilmente, tant’è che appunto hanno messo li bel pulsantone verde che ne determina il nome (PULL HERE DUMMY) come a dire “siccome sei uomo e non ce la puoi fare, ecco il pulsantone magico schiaccia li e sei a posto -ergo: telecomando, tv, spaghetti. fine.”. Di fatto però noi vivremmo tanto bene con quel pulsantone verde se non ci fosse la suocera (montatura) a rompere le balle perchè un giorno vuole venirci in casa a trovare il nipote, un altro ha la tachicardia, un altro ancora ha solo bisogno di attenzioni, un altro ancora vuole fare le pulizie in casa etc. pertanto per correggere il comportamento della suocera, per forza di cose dobbiamo prendere la moglie (PHD) e iniziare ad avere a che fare con tutta quelle serie di algoritmi e parametri del tutto femminili volti a educare la suocera affinchè non ci entri in casa creando situazioni piuttosto imbarazzanti e facendoci venire le stelle lunghe fino ai piedi.

Tenete presente che a causa di questi problemi, molti astrofili hanno divorziato, sono diventati visualisti e si godono serenamente la propria esistenza.

Scherzi a parte, provo a fara una carrellata di aspetti che stanno dietro un pò al sistema. Partendo da:

I MOVIMENTI DEGLI ASSI NEL PROTOCOLLO ST4 E PULSEGUIDE

PROTOCOLLO ST4: Il protocollo ST4 è piuttosto banale per quanto geniale, praticamente si prefigge detta in parole spicciole di effettuare un collegamento elettrico tra la camera di guida e la montatura, un collegamento fisico dove passa corrente e attiverà proprio interruttori. I movimenti degli assi sono i seguenti

Declinazione: Nord – Sud

Ascensione Retta: Ovest – Fermo.

Sembra strano che l’ascensione retta quando l’autoguida deve muovere verso ovest possa accelerare e si ferma invece quando deve correggere verso EST ma in realtà è logico, essendo che il moto apparente della volta celeste è costante da est a ovest, quando devo correggere a EST basta fermare l’asse per consentire una correzione.

Diverso invece l’asse di DEC, perchè quello è fortemente dipendente dal buon stazionamento polare. Nel mondo degli allineamenti perfetti, una montatura equatoriale non avrebbe bisogno di ALCUN INTERVENTO DI GUIDA. La montatura equatoriale è stata inventata apposta, ndr…

Specifico questa banalità perchè può capitare in fase di problem solving di appoggiare l’orecchio alla montatura per verificare ad esempio il cavo ST4 e magari si va a pensare con una giusta logica che la montatura non corregge in EST perchè non si sente girare il motore. Ecco, questo è normale…

Il protocollo ST4 viaggia su un cavo con plug telefonico a 6 Fili, di cui ne vengono utilizzati cinque. In dettaglio, 4 fili servono per il polo positivo di 4 movimenti (due per asse, Nord/sud – Est/ovest), uno è il common, o altrimenti detto polo negativo che serve appunto a circuitare il segnale.

Attenzione al cavo, se non sapete cosa state facendo evitate di costruirlo da soli..un cortocircuito al cavo vi fa saltare la scheda motori. Siccome può capitare che i cavi siano invertiti (ad esempio alcuni adattatori SBIG rispetto al cavo standard ST4) state in campana e contattate sempre il produttore per eventuali schemi.

PROTOCOLLO PULSEGUIDE: il protocollo pulseguide fa sostanzialmente la stessa cosa, ma ha qualche features in piu. E’ un protocollo che sfrutta la comunicazione seriale della montatura tramite interfaccia ASCOM (quindi non piu un cavo fisico di pilotaggio), e ha come vantaggio la caratteristica di rendere noto al software di guida in che posizione si trova la montatura, applicando quindi la fatidica “compensazione della declinazione” che si può riassumere in quanto segue: essendo i cielo un cono che parte dalla polare e si estende verso sud, la quantità di moto necessaria per correggere una posizione della stella varia in base al punto di cielo osservato. Questa features corregge e permette di evitare tutta quella serie di errori che ogni tanto compaiono, quali ad esempio “la stella non si muove abbastanza” se puntiamo a nord (e giustamente, dico io, visto che al polo il movimento è minimo) oppure “la calibrazione potrebbe non essere valida”.

Pulseguide quindi permette di andare a compensare tutte quelle caratteristiche introdotte dalla zona di cielo puntata, oltre ovviamente a togliere un cavo di mezzo e a regolare in automatico alcuni aspetti importanti della calibrazione, facendo valutazioni di circostanza sulla base della durata di impulso impostata. In pratica è come guidare l’auto con il navigatore.. Infine, passando il comando di guida tramite interfaccia software/seriale, ed essendo un comando informatico, viene compreso ad esempio nel movimento in AR costante della montatura, causando diverse oscillazioni ni meno rispetto al protocollo nativo ST4 che invece è totalmente indipendente da tutte queste casistiche.

Quindi ricapitolando..abbiamo un software, un sensore, una stella su pixel XY pixel e un sistema elettrico o informatico di pilotaggio dei motori. Le componenti in gioco iniziano ad essere sostanziose e quindi è preferibile tendere una mano ad un aspetto spesso trascurato e cioè…

CONOSCERE LA MECCANICA

Uno degli aspetti principali e su cui non ci soffermiamo mai abbastanza è la questione relativa alla meccanica della montatura. In realtà è un pò un’aberrazione, perchè tutto il sistema di guida serve proprio a questo: correggere la meccanica. Come filastrocca insegna, in un mondo ideale una montatura ideale stazionata ad un nord perfetto e con un asse di Ascensione Retta senza alcun gioco/periodismo, non avrebbe bisogno di alcuna autoguida…ma siamo spesso itineranti, spesso monta e smonta, e il piu delle volte l’economia ci “costringe” a lesinare un pò sulla montatura (chi non vorrebbe una meraviglia da dieci mila euro..?) e quindi ci troviamo di fronte a una serie di aspetti meccanici di cui tenere conto.

In buona sostanza la questione è presto detta: una autoguida corretta cambia di montatura in montatura, anche se fosse lo stesso prodotto ma con un numero diverso di serie. E quindi al di là del leggere le problematiche riscontrate sui forum, non sempre ci sono soluzioni a portata di mano per migliorare una guida ballerina, anzi..è sempre opportuno sapere ciò con cui si a a che fare. Faccio un esempio…

Parliamo di Eq6 o Heq5, non l’ultimo modello..ma quello prima, la Neq6 Pro. Questa montatura usciva con ben tre ingranaggi per motore che consentivano la riduzione dei rapporti. Il tutto finiva poi su una ultima ruota dentata su cui era fissato l’albero della vite senza fine (o VSF). La vite senza fine a sua volta incastrava i propri denti all’interno dei denti della corona permettendone il movimento.

Sistema della Heq5

Va da se che un sistema del genere (miracoloso per gli standard e i prezzi di allora) era piuttosto increspato rispetto alle moderne Eq6, che invece godono di kit cinghie che eliminano parzialmente i giochi e che permettono una reattività piu alta. Ecco quindi che proprio vediamo cambiare totalmente il paragone e le impostazioni di guida, e potremmo anche riassumerle cosi…

a) Vecchia eq6 o Heq5 (almeno nel mio caso): una guida piu aggressiva, esposizioni corte (1 sec) per via delle numerose correzioni da apporre in continuo a causa anche dei backlash introdotti dal sistema di ingranaggi, diversi consigli portavano a considerare il mantenimento di un leggero sbilanciamento per evitare che una bilancia troppo perfetta causasse un continuo saltellare della meccanica da un lato all’altro del dente degli ingranaggi con successiva guida ballerina e grafici piuttosto bruttini. Perdita a dettagli a gogo…(poi ovviamente da questa disamina vanno esclusi alcuni interventi di miglioramento, quali ad esempio cuscinetti nuovi, grasso nuovo, regolazioni fini etc..)

b) Nuova Eq6 o Montature native a cinghia (nel caso ad esempio di una CEM60): cambia radicalmente tutto..la montatura è piu reattiva, quindi le esposizioni devono essere piu lunghe (2, 3, 4 sec) diminuendo il numero degli interventi, l’aggressività deve scendere (da 90 a 50/60) onde evitare un andamento sussultorio (cioè ogni correzione sposta di troppo la montatura…) e un blianciamento assolutamente perfetto.

A riprova di ciò che dico ho toccato con mano la questione, quando ho montato sulla mia Eq6 il kit cinghie e i cuscinetti, è la situazione si è totalmente ribaltata…prima avevo un problema dovuto alla troppa resistenza al movimento e agli errori meccanici dati dai numerosi ingranaggi, dopo avevo un errore diametralmente opposto e cioè una correzione esagerata. Stessa cosa l’ho vissuta appena ricevuta la CEM60…ogni cosa va “domata”. Posso dire che dopo diversi tentativi sono riuscito a ottenere un ottimo risultato. (Si ringrazia Christian Mari per alcuni consigli sul tuning)

Quiindi in generale, penso sia opportuno prendere a riferimento una guida in pdf di PHD e prima di tutto domandarsi con che tipo di meccanica stiamo avendo a che fare. Se ci facciamo caso, in queste guide raramente vengono forniti dei parametri, ma si parla in larga parte del loro significato e degli effetti che hanno sulla guida. Questo è giusto, perchè come abbiamo visto, ogni situazione è a sè stante e non esiste “il parametro universalmente riconosciuto” quanto piuttosto una logica di utilizzo che sta alla base d iuna conoscenza, anche superficiale, del sistema meccanico. Ovviamente, rivestendo i panni del neofita, questo crea un pò di confusione perchè a volte è difficile avere parametri di riferimento validi.

Quindi possiamo dire senza ombra di dubbio alcuno che il PRIMO aspetto che riguarda l’autoguida e CONOSCERE il sistema meccanico con cui stiamo avendo a che fare..se è ad esempio una vecchia Eq6, una nuova Eq6, se ha un sistema cinghia o se è a ingranaggi o addirittura se è Direct Drive (magari non oggi ma nel futuro prossimo si svilupperà..)

LE DUE DIREZIONI IN CUI VA CONSIDERATO IL DATO DI PHD

Quando si utilizza PHD o un qualsiasi software di guida, bisogna prestare attenzione a come si interpretano i grafici e i dati che a mano a mano arrivano a costituire le impressioni di guida..detto in maniera semplice, è opportuno dividere i propri pensieri tra diagnostica meccanica (che si dovrebbe fare in serate apposite ad esempio quando c’è luna) e diagnostica di guida (che si opera normalmente durante la sessione). Questa sorta di pulizia mentale la si può sviluppare in due situazioni diverse. Ecco, diciamo che PHD ha di vincente che può mettere tutti i dati a disposizione, facendo valutazioni sul campo di entrambe gli aspetti a patto però di sapere cosa si sta osservando e tenere sempre presente che al di là dei numeri, E’ SEMPRE LA STELLA DI RIPRESA CHE CI DIRA SE TUTTO FUNZIONA.

Quindi quando si osservano grafici, è sempre bene cercare di mettersi nella condizione valutativa migliore e opportuna. E’ stressante fare diagnostica di un sistema se alla fin fine le stelle vengono tonde e magari abbiamo un grafico abbastanza piatto..ci si può godere la serata.

Quindi, fare diagnostica richiede a mi parere interventi mirati e sessioni specifiche, mentre se la montatura ha seguito fino a dieci minuti fa e adesso non segue bene, allora si è introdotto qualcosa di dinamico che andremo a correggere (un cavo che tira, una nuvola o anche la condensa sul tele di guida per esempio..)

Per sfruttare appieno l’aspetto DIAGNOSTICO, è stato prodotto un software che si chiama PHD LOG VIEWER e che lo trovate al seguente LINK

Questo software ha il vantaggio di poter aprire i file di LOG che phd fa automaticamente ad ogni sessione e di farci poi ragionare a mente fredda sui problemi quando saremo a casa. Fornice tutto il grafico della guida, con tutti i dati di calibrazione, la rilevazione di periodismi etc.etc. ed è questo il momento importante in cui si fanno le valutazioni profonde.

Di norma, quando si parla con qualche amico o con un tecnico, QUESTO e’ lo strumento che va utilizzato per valutare. Non hanno alcun senso screenshot di immagini di phd durante il suo funzionamento perchè forniscono solo una ipotesi parziale e mal contestualizzata di una condizione assolutamente temporanea. Se abbiamo un picco in AR e uno solo per tutta la serata e fotografiamo solo quello e andiamo a chiedere pareri, non avremo MAI una reale diagnostica sul sistema. Quindi, armatevi di pazienza, attivate i LOG sul software PHD, scaricate il programma citato e analizzate le vostre sessioni, partendo ad esempio dai dati di calibrazione e arrivando piano piano a valutare i periodismi e gli allineamenti alla polare.

L’importanza di questo software è anche quella di poter risalire a tutte le impostazioni di guida messe in campo nella sessione, e quindi ha un’importanza anche storica. Se fino a 10 sessioni la montatura funzionava e oggi non va, lo vediamo proprio da questi aspetti e ci potremo togliere quindi QUALSIASI DUBBIO dato dalla memoria. Hai un problema? Analizza..vuoi confrontarti con un amico? Mandagli il file log di phd. Queste sono le uniche due cose che realmente contano quando si cerca pareri..

phd log viewer

Ad ogni modo, come regola aereonautica insegna, quando tutto funziona e non sai cosa fare per migliorare un problema inesistente, stai fermo e non fare nulla perchè potresti infilarti in qualche problema circostanziale dato da una valutazione sbagliata. Viceversa, a volte phd sembra perfettamente funzionante eppure qualcosa non torna…E’ il caso ad esempio delle…

FLESSIONI DIFFERENZIALI

..concludo questa prima parte, prima di addentrarci dentro alle impostazioni, per parlare di quanto sia cattivissimo questo problema.

Il giochino funziona cosi…

Caso 1: abbiamo un tele di guida che si sposta impercettibilmente, la guida si accorge che la stella si muove e corregge. Il problema è che in realtà la stella non si sarebbe mossa e quindi la correzione viene fatta sulla base di uno scostamento che in realtà non esiste nel sistema di ripresa.

Caso 2: abbiamo una guida fuori asse e tutto il treno ottico poggia su un focheggiatore ballerino..ad un certo punto i cavi iniziano a pesare, il focheggiatore si muove e viene effettuata la correzione. In questo caso, il problema può nascere o meno, nel senso che in guida fuori asse se si sposta il focheggiatore il problema avviene su entrambe i sensori, ad ogni modo qua sarà anche il campionamento tra i due sistemi a determinare se il problema emergerà o meno.

Caso 3: abbiamo un newton, il tele di guida è perfettamente bloccato ma lo specchio primario non è ben fissato…la guida non si accorge di niente, ma in realtà le stelle verranno mosse perchè il sistema di ripresa ha avuto un problema

Caso 4: il focheggiatore del tele di guida del LIDL. E’ robaccia, io ne uso uno perchè ancora devo finire il setup su cui è stato apposto in via preliminare, ma bisogna assolutamente valutare la’cquisto di un telescopio di guida VALIDO. Certo non serve l’apocromatico, ma la cosa piu importante è sempre sincerarsi che il focheggiatore sia SUFFICIENTEMENTE BUONO.

…e via discorrendo.

La flessione differenziale è qualcosa da cui è bene tenersi alla larga, ma posso dire senza ombra di dubbio che qualora ci siano grafici di guida perfetti e stelle mosse, il problema non è MAI della montatura. Piuttosto c’è qualcosa di lento da qualche parte e si introduce proprio questo errore.

Per evitarsi grande da questo punto di vista, il telescopio di guida deve essere SOLIDALE con la struttura (sconsigliatissimii gli anelli di guida, mi è stato consigliato a suo tempo da un bravo astrofotografo che ringrazio) e ho iniziato a lavorare con i morsetti Vixen.

Stessa cosa per le guide fuori asse, è sempre bene posizionarle su focheggiatori di cui siamo certi che non sussistano problemi di giochi e che siano piuttosto resistenti.

Tutto deve essere sempre considerato e messo in condizione di lavorare come se fosse un unico BLOCCO.

E con questa maratona abbiamo finito la prima parte…alla prossima vedremo alcune impostazioni di un software di guida e che effetti avranno nel nostro sistema.

Cieli sereni

Fabio Mortari.

E cosi siamo arrivati finalmente al 6 gennaio.

Se i lettori si ricordano, lanciai un appello dopo la metà di dicembre, chiedendo di inoltrarmi un file utile a identificare quello che viene considerato dai neofiti come un “problema”, e cioè l’esecuzione corretta delle immagini “flat” di questo tipo di dispositivi.

Come già scritto nell’articolo che si trova a questo LINK , era mia intenzione farmi carico di aiutare qualche amico, dal momento che se è vero che questi dispositivi rappresentano il futuro dell’imaging astronomico, sarebbe stato un lavoro utile per me e per i NUMEROSI (RIPETO NUMEROSI!!) amici che me ne hanno fatto richiesta.

Purtroppo l’appello non ha avuto alcun risultato, solo 1 messaggio (UNO AHHAHAHA) mi è stato recapitato da una persona che personalmente ringrazio. In questa sede volevo però anche esprimere un pò il concetto che ci stava dietro a questa mia richiesta pubblica, e perchè ho scelto di operare in questo modo, raccontando un pò la “storia” di quella richiesta e ciò che avrei messo in campo.

L’antefatto

La questione mi è stata presentata con una domanda da parte di un bravissimo astrofotografo piuttosto conosciuto che leggendo il mio articolo “Quegli stramaledetti Flat” ha deciso di contattarmi per chiedermi di calcolare una base di partenza valida per l’esposizione di un flat con quella logica applicandola ai sensori CMOS di ultima generazione. Essendo io una persona decisamente pragmatica e prevedendo alcune contestazioni che ormai di norma infestano anche l’acqua calda, gli ho proposto un lavoro fatto in maniera piu completa tirando però in mezzo anche chi usa questi benedetti sensori. A me non piace proprio sparare dei valori a casaccio, non ci sono portato..devo sedermi, analizzare la questione e poi si parla, altrimenti tutto diventa piuttosto banale e non farebbe che aumentare ulteriormente discussioni basate su pareri tirati là piuttosto che su dati oggettivi. Se non si fosse presentata la richiesta, io non sarei entrato nel merito e sinceramente nemmeno mi interessava la questione dal momento che io sono felicemente sposato con i miei CCD e non vivo alcun tipo di problematica.

Il lavoro di insieme

Per dare maggior affidabilità a quanto sarebbe stato scritto in merito a questa “curiosa” e “difficile” fase della calibrazione di un’immagine astronomica, e leggendomi MIRIADI di discussioni in merito (diverse ore di letture in pochi giorni, analizzando cose, facendomi passare file etc..) ho raggiunto un risultato alquanto visibile..e cioè.. c’è una grandissima confusione, da tutti i punti di vista. Pratico, informatico, operativo, tecnologico, informativo e costruttivo. Per questo motivo, avevo bisogno di scremare tutte le discussioni e di farne sostanzialmente un riassunto tabellare. Per fare questo avevo bisogno di almeno una cinquantina di risposte, in modo da poter intervenire su tutti i fattori causanti problematiche…dalle procedure, ai dispsoitivi utilizzati fino ad arrivare alla caratterizzazione dei sensori . Ho ritenuto che questa sarebbe stata anche una fantastica occasione per la nostra astrofotografia di approdare ad un lavoro di insieme, una collaborazione molto aperta che avrebbe dato un bel segnale a molte persone, proprio facendo toccare con mano quanto ci sia bisogno di collaborazione e unione in questa passione, un pò come era qualche anno fa.

La procedura

Quello che avrei messo in campo sarebbe stato questo. Dopo la raccolta dati, avrei messo in plot tutte le risposte ai punti in modo da focalizzare in percentuale quelle che sono le casistiche problematiche che insorgono nell’utilizzo “grigio” di questi dispositivi. Una volta raccolti i dati, avrei chiesto a due persone di riferimento (particolarmente esperti nel settore) di costruire una procedura CORRETTA per l’esecuzione di test di linearità. Non che io non lo sappia fare, ma semplicemente serivva qualcosa di CONDIVISO e SCEVRO di possibili errori interpretativi.

Una volta ottenuta la procedura, l’avrei girata a 5 astrofotografi bravi e di mia conoscenza che posseggono il sensore cmos piu famoso (Asi294) e avrei chiesto di seguire quella procedura , ripetendola per 5 range di offset e gain predefiniti. In questo modo avremmo avuto ben 5 risultati per ogni range di gain e offset, da verificare tra di loro e a quel punto si sarebbe ottenuto un test di linearità UNICO basato sulla media dei valori dei 5 dispositivi.

Fatto questo, mi sarei infine premurato di costruire una serie di articoli che favorissero l’emersione di alcuni valori di riferimento entro cui esporre un flat, co una procedura corretta da tenere sul campo (basata sull’emersione delle problematiche individuate dal “sondaggio) e un’esposizione corretta che tenesse conto SIA della linearità, SIA di quanto da me intuito nell’articolo Quegli stramaledetti flat

Fatto questo, ci sarebbe stato sicuramente un valore piuttosto concreto a cui riferirsi e sarebbe stato un lavoro fatto da parte di tutti e fruibile da tutti.

IN CONCLUSIONE

In conclusione, non gliene frega una cippa di niente a nessuno. Nemmeno a chi i flat li sbaglia sul campo e continua a lamentarsi dei sensori che non funzionano o intempestano gli hard disk di amici con intere sessioni da rielaborare.

Pertanto detto questo, rimanendo ancora a lungo un felice possessore dei vecchi CCD e quindi non vivendo queste problematiche ed avendo intuito davvero alcuni focus sostanziali e ricorrenti su buona parte dei sensori CMOS, ho raccolto tantissima documentazione e contattato diverse persone per toccare con mano alcune cose…però però… siccome ad oggi ognuno cura il suo orticello, ho deciso di tenermi per me quanto raccolto lasciando poi all’esperienza del singolo neofita il vederci chiaro, lo studio e lo sbattersi sotto cieli gelidi tornando a casa spesso e volentieri con frame problematici e la testa gonfia di pareri buttati li a velocità di social.

Ci vediamo al prossimo articolo

Cieli sereni

Fabio Mortari

Bene, abbiamo visto nei precedenti articoli, di cui riporto LINK e LINK , quanto il sistema di autoguida e ripresa siano legati tra loro da valori numerici relativi al campionamento corretto tra i due telescopi, ripresa e autoguida.

Ovviamente, come ben sappiamo, tutto non si può ricondurre ad una manciata di numeri per “dormire” sonni tranquilli, perchè altrimenti la questione sarebbe sempre semplice e facilmente intuibile. Di sicuro quanto specificato in precedenza rappresenta IL PRIMO ASPETTO di cui tenere conto quando si approda al mondo dell’astrofotografia a lunga posa, ma non racchiude ovviamente tutto il panorama di casistiche che possono sporcare la regolarità necessaria ad una autoguida perfetta.

Cerchiamo un attimo di contestualizzare un concetto basilare, che spesso rimane piuttosto nascosto nelle impressioni e nelle valutazioni. Torniamo al solito esempio di un pixel da 3,75 micron messo su un qualsiasi telescopio di guida e mettiamo in guida il nostro sistema.. Parliamo di meccanica di precisione er inciso….

Infatti, supponiamo ad esempio che siamo in un campionamento 1 a 1, cioè un arcosecondo per pixel (che aiuta a capire) e che la nostra guida stia procedendo con un errore medio in pixel pari a 0,50. Un pixel è 3,75 micron…cioè 3,75 millesimi di millimetro…lo scostamento è pari a 0,5 quindi praticamente tutta la strutturasi sta muovendo per mantenere il centroide di una stella minuscola entro mezzo pixel, e quindi facendo un pò i conti della serva, tutto il sistema ci sta fornendo una affidabilità tale da contenere l’errore medio in circa 1,8 micron!!! cioè 0,0018 millimetri!

Per i piu precisi: una corona di una Azeq6 ha un diametro di 92,5 mm, la cui circonferenza si sviluppa in 290,4 mm circa. La montatura fa una rotazione completa in 24 ore, quindi (290,4 : 24 = 12,1 mm/h, –> 12,1 mm/h : 60 = 0,201 mm/min. 0,201 / 60 = 0,0033 mm/secondo ergo 3 Micron al secondo. In un rapporto di campionamento ideale 1 arcsec/px considerando il mio pixel pari a 3,75 micron se la guida in AR ha un rms in arcsec/px di 0.5, la meccanica “muove” di 0,00187 pari a 1,87 micron.)

Per intenderci in scale di dimensioni fisiche, citando wikipedia….ecco alcune misure in micron:

1-10 µmicrondiametro tipico di un batterio
1,55 µmicronlunghezza d’onda della luce usata nelle fibre ottiche
6-8 µmicrondiametro di un globulo rosso umano
6 µmicronspora dell’antrace
7 µmicronspessore di un filo di ragnatela
7 µmicrondiametro del nucleo di una tipica cellula eucariota

Bene, possiamo quindi dire che in un mondo ideale, un sistema di guida ben calibrato e gestito arriva a misure anche INFERIOR. A volte si raggiunge tranquillamente uno 0,3 px o ancora meno, per i piu fortunati e soprattutto PRECISI.

Ora se vi concentrate un attimo capite subito con che razza di precisione dobbiamo avere a che fare. Cioè, stiamo parlando di scostamenti teorici che stanno SOTTO di 4/5 volte uno qualsiasi dei globuli rossi presenti nel vostro sangue.

Un minuto di silenzio per farvi toccare con mano cosa avete di fronte.

Prendete il batterio del vostro raffreddore invernale..bene, quello è piu grande dello scostamento dell’esempio citato. Ora, sappiamo che per espellere e mettere in circolo un batterio basta uno starnuto no? E lui svolazzerà allegro di starnuto in starnuto per chilometri e chilometri. Ecco, la vostra autoguida può arrivare ad avere una precisione meccanica inferiore alle dimensioni di quel batterio, col risultato che basta uno starnuto a mandare tutto a put…a fan….alla malora.

Anticipato questo BELLISSIMO contesto che è causa del nostro esaurimento nervoso, osservate la vostra montatura. Ecco, quello che avete davanti è un piccolo miracolo della meccanica sotto un certo punto di vista perchè poste le condizioni base, se ben gestita (e se non ci sono problemi nativi di costruzione), se lavorate bene sul setup tenendo presente questo banalissimo ragionamento, il risultato in termini di precisione raggiunta è microscopico. Ma attenzione…..perchè date appunto queste tolleranze cosi “risicate” non è sempre Natale. PER NESSUNO.

iNFATTI, questo ci pone di fronte ad una serie di considerazioni di circostanza che è bene tenere presente e cioè che se è VERO che i numeri sono piu o meno questi, ci troviamo di fronte a qualcosa che va considerato molto bene, che va TRATTATO molto bene.

Tenete in mente quella scala che vi ho citato poco fa..bene, mettete ora un leggero vento al traverso. Che accade? Nemmeno a dire…ora, immaginate la stessa situazione, ma in una montatura non ben bilanciata. che accade? Bene, altro caso…prendiamo ad esempio un cavo che si sposta…ebbene si, l’autoguida ne risente. E tanto. Tantissimo! Vediamo alcun punti focali meccanici del contesto…

LA GUIDA PERFETTA E’ TEMPORANEA

Eccola là..ta dan! E’ vero, considerando la precisione in gioco, la guida perfetta è SOLO ed ESLCUSIVAMENTE una condzione temporanea. E non può essere altrimenti!! Questo non significa certo che non si possa riprendere per piu notti con una guida eccellente,anzi…ma è bene sapere che la temporaneità si esprime nella sequenzalità degli interventi che si susseguono di secondo in secondo e che cambiano rapidamente da un momento all’altro. Questo implica ad esempio, che un secondo fa tutto andava bene ma all’improviso..sbang. Oppure, può capitare che per lo stesso oggetto ripreso la sera prima, quindi stessa zona di cielo, tutto filasse liscio mentre stasera…non ne vuol sapere di andare.

Questo apre ad una serie di problematiche molto discusse in ambito astrofotografico, in quanto la soluzione di ogni problema legato alla guida è spesso riconducibile ad una casualità di situazioni talmente personali e insite nel “momento preciso in cui ” da rendere particolarmente difficile un reale problem solving che non si basi in realtà su una MEDIA di utilizzo. Detto in parole povere, se si guarda alla serata singola in cui ha guidato male, raramente si ottiene una reale idea dei problemi (a meno che non siano MACROSCOPICI) e per valutare la qualità del proprio sistema è bene riferirsi ad una media di utilizzo. Quindi, non strapparsi i capelli se fino a ieri ha guidato bene e oggi no…piuttosto, viverla anche serenamente e valutare se è un problema che si presenta spesso o meno aiuta di sicuro ad avere le idee molto piu chiare. Saltelli, derive, momenti di incertezza etc, sono per lo piu dovuti al caso e alle condizioni temporanee se riguardano una serata….se invece è un problema continuo allora bisogna ricorrere a un problem solving piu consistente e cercare di analizzare tutto, partendo da sè stessi.

PROBLEMATICA STATICA O DINAMICA?

Considerando che una montatura a questo punto dovrà andare “mediamente “bene, otterremo questo risultato solo se siamo davvero precisi. Precisi in tutto e non è una banalità. Ripensiamo un attimo ai micron con cui abbiamo a che fare, e analizziando un pò la serie di problematiche comuni, potremmo dividere le problematiche legate all’autoguida in due macro-casistiche, statiche e dinamiche. Quelle “statiche” sono le casisitche che portano erorri dovuti ad esempio a una condizione di errato montaggio, o di errato allineamento polare ipotesi, mentre quelle dinamiche sono quelle che incorrono durante la serata (ad esempio si alza il vento, peggiora il seeing etc).

Divido i due contesti perchè sull’errore introdotto da una condizione statica possiamo SEMPRE intervenire fisicamente (non via software!) e il piu delle volte vedremo che sono causati da noi ed è l’errore introdotto da una condizione statica che introduce l’errore.

Diversamente, come possiamo intuire benissimo, sussiste un errore introdotto da una condizione dinamica che non è sempre prevedibile e spesso è questa tipologia di errore su cui può intervenire un software come PHD o altri software di guida.

Interpretandola in questo modo, dovrebbe essere facile arrivare a pensare che ci sono correzioni che un software di guida può apportare e condizioni invece dove il programma di guida peggiora solo la situazione. Facciamo un pò di esempi

ERRORI DOVUTI A CONDIZIONI STATICHE

Una serie di errori dovuti a condizioni statiche sono TUTTI quelli legati ad un errato montaggio o a un problema meccanico e hanno la benedetta (si..benedetta!!) caratteristica di presentarsi quasi sempre se non abbiamo schematizato a dovere come preparare un setup alla ripresa….e in questo caso avremo problemi in tutte le sessioni di guida. Esempio, un errato allineamento polare (o approssimativo perchè di norma non siamo accorti), uno stazionamento in bolla eseguito grossolanamente o come è capitato non eseguito affatto, un treppiedi non fissato a terra a dovere o non stabile. Tra questi poi rientrano anche problematiche meccaniche piu sostanziali, come ad esempio un telescopio non ben fissato ai suoi anelli, una flessione differenziale introdotta da un focheggiatore pessimo oppure un gioco negli organi meccanici troppo lasco, un grasso troppo duro (usare quello ai saponi di litio a me ha risolto un mucchio di problemi), fino ad arrivare a problemi piu profondi, ad esempio un cuscinetto rovinato, una corona particolarmente ovalizzata, Di tutte queste casistiche, il 90% rientrano nella prima parte, e cioè errori introdotti da noi astrofili nelle fasi di montaggio o manutenzione della montatura., considerando i numeri di astrofili è abbastanza raro che a livello meccanico profondo qualcosa sia decisamente rovinato o fabbricato male ,per cui prima di gridare “al lupo”, è bene SEMPRE garantirsi di fare le cose bene.

ERRORI DOVUTI A CONDIZIONI DINAMICHE

Una serie di errori introdotti da condizioni dinamiche, invece, sono dovute a condizioni temporanee, che si verificano magri in quel preciso istante e non sono facilmente prevedibili. Questo può essere ad esempio il caso del vento che soffia leggero ma a brevi folate, da un brusco calo di temperatura con successivo adeguamento termico, da un seeing in peggioramento, da un oggetto ripreso a meno di 25° sull’orizzonte dove il seeing fa brutte sorprese e dove notoriamente le montature faticano un pochino di piu ad abbattere l’inerzia al movimento. Ecco, queste sono tutte condizioni sostanzialmente temporanee, e con l’esperienza si impara che bisogna essere piu permissivi se si utilizza una montatura di fascia medio-economica (ad esempio una eq6).

Ora, viste grossolanamente queste casistiche, io mi chiedo...”OK, ma quale tipologia di errori può correggere il software di guida?”

COSA NON CHIEDERE A PHD

Seguendo questo filo logico arriviamo a capire benissimo che PHD non può intervenire con successo in tutti quei casi in cui l’errore lo introduciamo noi. La bibliografia online è PIENA di porblemi imputati a montature e software e che poi si risolvono con l’accorgimento in piu, con la dedizione in piu nelle fasi di montaggio, con l’opportuna valutazione delle reali potenzialità di guida del sistema. E in centinaia di migliaia di post il problema si conclude sempre con “ah no, io non avevo messo in bolla” o “non avevo stretto il treppiede”. Questo causa la grandissiam confusione che qualsiasi neofita incontra quando approda all’astrofotografia…capirci qualosa realmente.

A questo punto, quindi, non possiamo chiedere a PHD di guidare bene una montatura che è stata bilanciata male. Non gli possiamo chiedere di elaborare un intervento di guida opportuno se abbiamo un gioco negli accoppiamenti troppo lasco.

Se non abbiamo stretto le frizioni, se non abbiamo prestato attenzione ai cavi. Questo PHD non lo farà e non lo farà mai! Nonè stato concepito per SOSTITUIRSI alla precisione UMANA necessaria, ma come ogni software di guida è stato concepito per INTERVENIRE nelle condizioni DINAMICHE che si susseguono nel corso della serata. Quindi ok, ad esempio tira un pò piu di vento? allora possiamo chiedere a PHD di intervenire con un algoritmo diverso. Peggiora il seeing? allora possiamo chiedere a phd di aumentare la durata delle pose o di intervenire nei fatidici MinMov che hanno si una loro importanza ma spesso sono troppo quotati.

Di fatto, una montatura gestita da un astrofilo cosciente, permette a PHD di fare ciò per cui è stato concepito..e cioè “Pull Here DUmmy!” ergo “Schiaccia qua scemo e lasciami fare”. Se si lavora bene a casa e sul campo, PHD non ha bisogno di nulla per funzionare, magari qualche accorgimento (ad esempio se siamo vicini al polo potrebbe non calibrare bene, ma questo lo vedremo..), Di norma, si schiaccia il pulsante e Va. Al massimo possiamo poi migliorare qualcosina per quel che riguarda le situazioni DINAMICHE ma partendo SEMPRE da una base di partenza valida. E quella base di partenza siamo noi.

Avere ottima precisione nelle fasi di preparazione dei setup (da casa fino al campetto) permette di diventare poi dei problem solver piu accurati e piu sostanziali, seppur questo diventa poi un discorso ancora piu complesso. Ma se ci mettiamo nella condizione di lavorare bene e soprattutto con spirito critico, saremo d’aiuto al software di guida senza delegarlo a fare cose per cui non è stato costruito.

Concludo questa breve rassegna con una raccomandazione: non fissarsi MAI TROPPO sui grafici. Perchè questi sono,. appunto, temporanei…ciò che comanda è la foto, e solo lei.

Se vogliamo sapere se stiamo guidando bene, si prende il grezzo appena scaricato, si mette a 200x e si verificano le stelle al centro. Fine. Non ai bordi, non di traverso, non ad minchiam..ma solo al centro.

Freghiamocene dei grafici se in queste condizioni abbiamo una stella bella tonda e puntiforme. I grafici servono solo per avere un’indicazione di massima sui movimenti della montatura e per effettuare un pò di diagnostica e trattano sostanzialmente il dato appena “trascorso”.

A Maggior ragione, non bisogna nemmeno fidarsi di grafici piatti perchè nemmeno quelli sono garanzia di buone pose..basti pensare alle flessioni differenziali ad esempio, dove la guida è perfetta ma sta correggendo l’errore di scivolamento del telescopio di guida mentre nella ripresa……Bisogna sempre prendere l’immagine, si ingrandisce a 200x etc…

Cieli Sereni

Fabio Mortari

Mi rivolgo sempre ai neofiti…

Dopo aver trattato un attimo l’argomento del campionamento a questo LINK, trovo opportuno iniziare a giocare con un pò di numeri e un pò di valutazioni. Riprendiamo la formula magica

C = (Dp /F) x 206265

dove C = campionamento (in secondi d’arco su pixel) , Dp = dimensioni dei pixel del sensore utilizzato e F = focale del telescopio.

Bene, ora espandiamo un attimo sto discorso, tralasciando per ciò che viene definitivo come risoluzione del sensore di norma legato al numero dei pixel, ed addentrandoci in un altro tipo di risoluzione che è quella data dal risultato della formula.

Ebbene si, il campionamento che ricaviamo si può definire anche “risoluzione del sistema di ripresa” ovviamente espressa in Arcsec/Px (risoluzione sistema ripresa = campionamento.…sono la stessa cosa) Per gli amanti della precisione, nella risoluzione del sistema di ripresa bisognerebbe anche indicare l’apertura, il diametro….anch’essa è un elemento fondamentale delle valutazioni sulle risoluzioni dei sistemi, ma in un ambito leggermente diverso e che non tratto in questa sede, magar in un articolo apposito.

Torniamo quindi uno step indietro e chiedo appunto di tralasciare/dimenticare/scordarsi per un attimo la risoluzione legata al numero dei pixel a cui normalmente siamo abituati… Andiamo invece a bomba sulla risoluzione del sistema di ripresa e facciamo un paio di esempi pratici.

Supponiamo Di avere a disposizione un setup cosi configurato

Telescopio Newton 250 f/4.9 Lunghezza Focale: 1220 mm – Pixel Size: 9 micron

applicando la formula, avremo un campionamento pari a: 1,5 arcsec/pix. E sin qua ci siamo.

Supponiamo di avere a disposizone un altro setup cosi configurato

Telescopio Rifrattore 80mm f/7,6 Lunghezza Focale: 610 mm – Pixel Size: 4,5 micron

applicando la formula, avremo un campionamento pari a….uguale. 1,5 Arcsec/Px.

Sembra una banalità, ma non lo è. Ho voluto rappresentare questo esempio specifico, proprio perchè sebbene si trattino due ottiche completamente diverse, con pesi diversi e caratteristiche completamente diverse, ebbene… messi a lavorare in queste condizioni, ognuno con il suo sensore, posseggono la stessa risoluzione. Non importa che uno sia il doppio di focale o meno, ai fini della risoluzione di campionamento…”tot” cielo cade su un pixel in una configurazione, altrettanto ne cade sull’altra. Quindi, per inciso, in questo caso specifico gli 1,5 arcosecondi che cadono sul pixel nella prima configurazione con una focale da 1220 mm, sono gli stessi che cdono nel pixel dell’altra configurazione con focale da 610mm, chiaramente poste come condizioni le relative dimensioni dei pixel.

Tutto chiaro fin qua? Sunto: io posso avere anche il telescopio piu grande del mondo, ma se ci metto il sensore col pixel piu grande del mondo potrei avere un campionamento che è identico al telescopio piu piccolo del mondo su cui ci metto il sensore col pixel piu piccolo del mondo.

Ovviamente poste le condizioni di questa esemplificazione, se pongo i due sistemi cosi diversi ma col campionamento dannatamente uguale su una montatura e spengo i motori per 10 secondi, una stella inquadrata striscerà di tot pixel in entrambi i sistemi, in maniera identica. Tot pixel sul telescopio A, stesso numero sul telescopio B. Punto. Fine. Inappellabile.

e da qua arriviamo finalmente all’Autoguida!

Ovviamente il paragone a campionamento tra due telescopi diventa essenziale quando si vanno a fare i calcoli dall’autoguida…partendo da un presupposto: a me non frega NULLA di sapere se il telescopio X può stare in coppia con il telescopio Y basandomi SOLO sulla focale, a me interessa esclusivamente il rapporto tra i due sistemi di ripresa, quindi devo mettere in rapporto la FOCALE col PIXEL SIZE come da formula!

Ecco perchè ho iniziato questo articolo ponendo lo stesso risultato su due sistemi diversi, perchè quando mettiamo un sensore su un telescopio si arriva dritti dritti a dover calcolare il campionamento di due sistemi diversi, dove ciò che conta è il rapporto tra i due sistemi di ripresa. Ripeto perchè i termini sono importanti…..tra i due sistemi di ripresa, non solo tra le focali dei due telescopi. ok? Sistema di ripresa = formula del campionamento, che comprende focale e pixel size.

Vediamo quindia alcuni aspetti legati all’autoguida.

Per farlo partiamo dagli astrofili piu esperti e di lunga data, abituati a loro tempo a riprendere con intervallometro manuale inmano (a pulsante ndr), pellicola, e sistema di guida manuale con crocicchio illuminato..se vogliamo capire dove siamo oggi, dobbiamo partire da li.

A quei tempi si usava di norma un telescopio di guida che avesse ALMENO la stessa lunghezza focale del sistema di ripresa. Ma ancora meglio, si andava giu di barlow sul telescopio di guida proprio per diminuire la possibilità di errore nel sistema di ripresa. Con questo sistema, similare al pantografo praticamente, se la lunghezza focale del tele di guida era il DOPPIO di quella del tele di ripresa, ci si poteva garantire in buona approssimazione una stella tonda dal momento che seguendo la stella col crocicchio si poteva intervenire tempestivamente per correggere la posizione senza avere del mosso nell’immagine finale.

Come già detto, oggi siamo nell’era digitale, sostituiamo l’occhio col sensore, discretizziamo in questo modo il cielo e campioniamo con i due sistemi, quello di guida e quello di ripresa. I due risulati vanno messi in rapporto tra di loro. E qua ne nascono di belle, perchè la vastità di opzioni configurabili è enorme e spesso creano tanto disturbo nella scelta perchè nessuna scheda tecnica può fornire realmente un range applicativo su cui utilizzarli.

Faccio un esempio: supponiamo un sistema di ripresa con un NEWTON 250MM F/4.9 con sopra un pixel da 5,4 micron. Totale campionamento = 0,91

Alla luce di quanto detto con cosa lo accoppiereste? Allora, la prima valutazione da fare è provare a mettersi nella condizione ddi avere il campionamento migliore in rapporto, sfruttando un telescopio di guida tra quelli in commercio, prendiamo ad esempio lo SW 70mm f/7.5 e quindi una focale di 525mm. Sopra che ci mettiamo….una Asi 120mm con pixel da 3,75? Proviamo a vedere:

TELESCOPIOFOCALEPIXEL SIZECAMPIONAMENTO
NEWTON 250MM F/4.9 in ripresa12205,40,91
SW 70 F 7/5 in guida5253,751,47

Ecco, cosi siamo ben lontani dall’ottenere un campionamento corretto tra i due telescopi..in questo modo, ad esempio, se la guida ha uno scostamento di 1 pixel, il mosso registrato dal telescopio di ripresa sarà di ben 2 pixel (tenete sempre presente che un pixel non può essere frazionato). Il sistema di guida correggera quindi dopo 1 pixel, causando un mosso da 1,47 arcosecondi che verranno registrati sul telescopio di ripresa su due pixel (0,91+0,91) con ben 1,82 arcosecondi di scostamento su tutta l’immagine!!! olè!

Da qui bisognerà poi valutare bene sto setup…perchè la domanda è: in questo caso, dove sta l’errore principale? nel tele di guida o in quello di ripresa? Beh, considerando la lunghezza focale del tele di ripresa e l’accoppiamento con un pixel da 5,4 fa capire bene che l’erroreprincipalmente sta li, è la situazione peggiorativa di ripresa perchè potrei avere oltre a questi, anche problemi di seeing e tutto quanto citato nel precedente articolo.

Per inciso: va da se che non sempre si ha il sensore giusto nel taschino, ma di fatto il calcolo di tolleranza è bene farlo PRIMA di qualsiasi acquisto, che sia il tele di guida, che sia il sensore di guida, che sia il tele di ripresa o che sia il sensore di ripresa. Potete giiocare sempre su questi parametri, in base anche alle vostre economie..tenendo presente però che campionare BENE in ripresa ha un vantaggio reale sull’immagine finale, mentre campionare bene solo a rapporto tra i telescopi senza curarsi di un sovracampionamento nella ripresa, non è detto che porti sempre a risultati efficaci in termini di qualità. Quindi la regola che suggerisco è questa:

  1. Hai già comprato il sensore di ripresa? Bene, lavora sul tele di guida e sulla camera di guida
  2. Hai già comprato il sensore di ripresa e quelo di guida? Bene, lavora sulla cosa che costa meno..adegua il telescopio di guida e cerca il miglior compromesso.

L’astrofotografia, come sempre, è l’ARTE DEL COMPROMESSO.

Ed infatti…se al telescopio di ripresa gli metto un sensore con pixel da 9 micron…vediamo cosa accade..

TELESCOPIOFOCALEPIXEL SIZECAMPIONAMENTO
NEWTON 250MM F/4.9122091,52
SW 70 F 7/55253,751,47

Ecco, qua la situazione è totalmente cambiata!! Cioè i telescopi come si vede SONO GLI STESSI. Cambia solo UN SENSORE. Ma il risultato reale è che ad esempio se l’autoguida sposta di mezzo pixel (0,5) la ripresa nemmeno si accorge! Contiene l’errore e quindi la stella sarà tonda.

Immagina quindi quante valutazioni è opportuno fare prima di dire “l’astrofilo X dice che va bene quel sensore quindi lo compro e amen”. Potresti fare la cosa piu sbagliata sul tuo setup E LO PUOI SAPERE SOLO TU! Non fidatevi cosi alla cieca…MAI.

Si, ma mio cugino riprende con un telescopio da 200mm di focale su un RC8 e ha la stella tonda!!!!

Certo! Ma se non mi dici che campionamenti ha sui due telescopi, non mi stai dicendo niente! Di fatto, il cugino può mettere in ripresa un pixel da 20micron, in guida un pixel da 1 micron e potrebbe guidare anche con un cannocchiale trovato nell’uovo di pasqua! Primo: bisogna almeno cercare di capire se lui SA, o se ha azzeccata, a braccio…Secondo: bisogna vedere se il cugino CE LO DICE che ha fatto ste valutazioni. Potrebbe aver dato per scontato che tu le sappia o semplicemente sta facendo il figo, cosa che ultimamente in sta passione avviene piuttosto regolarmente! Ma questo, come è dimostrato, non implica che TU astrofilo impanicato, possa guidare nella stessa configurazione di focali avendo in ripresa il pixel di una webcam da smartphone e in guida una padella!

Quindi MAI fidarsi, mai prendere per buono tout court. A corollario vi faccio un esempio…due anni fa mi son dotato di una lodestar. Bene, il pixel da 8 che la lodestar ha non si accoppiava con nessuno dei miei ben 5 sistemi di ripresa, solo con uno che però non potevo utilizzare per via di una brutta vignettatura o al massimo con una guida fuori asse! Fortunatamente quella camera la presi per una situazione diversa, una postazione fissa in capo a un osservatorio e volevo avere il mio sistema di guida, altrimenti quelli sarebbero stati soldi spesi malissimo in un dispositivo che sulla carta è PERFETTO, le impressioni e recensioni sono PERFETTE ma nei miei sistemi era DISASTROSO. Oggi l’amica lodestar lavora nel mio osservatorio con grande felicità…

Ok, quindi su che parametri mi posso attenere?

Ovviamente, come per il campionamento, anche qua bisogna stare attenti alla troppa precisione (che non porta a scegliere) o alla mancata precisione (che porta a sbagliare). La via di mezzo è la migliore. Prestate però attenzione a un aspetto…programmi come PHD hanno una risoluzione che mi pare si attesti intorno allo 0,2 px. Cioè corregge fino a un massimo di 0,20 pixel sulla media del numero di pixel di un centroide perfetto. Usando la matematica possiamo dire quindi che il sistema corregge 0,20 su 1, quindi in un rapporto 1 a 5, un quinto di pixel o 1/5 della risoluzione.

Ipotesi…nel mondo dei perfetti, se io riprendo a 1 arcosecondo e guido a 5 arcosecondi, se il mondo smettesse di vivere, l’aria di muoversi, la montatura galleggiasse, nessuno usasse l’auto e se nessuno respirasse, se cessasse anche lo scorrere del tempo, sicuramente una posa dritta su 10 ce la porteremmo a casa…PHD lo fa. LOL

Questo misunderstanding tra potenzialità reali e teoriche causa gioie e dolori….

Gioie, perchè ovviamente possiamo essere piu laschi nei rapporti, già un 2/3 tra i due va benissimo ed è di lusso.. tenendo però sempre presente che un campionamento similare tra i due sistemi è sempre preferibile (quindi pixel grande in ripresa, pixel piccolo in guida, salva il didietro nella maggior parte dei casi),

Dolori, perchè demandare sempre tutto all’elettronica equivale a fare (ad esempio) brutte sessioni di ripresa sul campo e mal calibrate e sperare che Pixinsight faccia il miracolo…. No???

Ahimè, non è cosi che funzionano i giochi, i sistemi devono essere ben calibrati. Sia che stiamo parlando di guida, sia di calibrazioni di immagini, sia di quel che si vuole…bisogna attenersi almeno a una logica ferrea di valutazione. DOPO viene il divertimento, DOPO viene l’elaborazione tirata, DOPO viene il contesto estetico…prima viene il bilanciare bene le cose e il lavorare con cognizione di causa, diversamente i telescopi prima o poi inizieranno a prendere la polvere. E’ inutile accontentarsi di un sistema di guida non ben studiato a tavolino per rimandare poi tutto all’elaborazione, ..anche perchè spesso e volentieri in elaborazione il software ti molla e se ne tira fuori…(con tanto di mille domande al seguito sui parametri da impostare per correggere una stella ovale e povero esperto al seguito che deve perdere ore a scriverti per correggere la tua inerzia al problem solvin sul campo).

CONCLUDIAMO

In conclusione, ritiro fuori un softwarino semplice che ho creato qualche anno fa e che aiuta nelle valutazioni. Lo trovate, insieme al suo articolo di spiegazioni, al seguente link: –> FACEPALM

Basta inserire i dati e i calcoli li fa un pò lui.

Ora, ovviamente nonsi “consuma” tutto qua i discorso sull’autoguida ma subentrano in successione altri elementi..ad esempio gli aspetti relativi alla MECCANICA dell’Autoguida e che vengono DOPO una attenta valutazione dei campionamenti sono questi e rappresentano delle verifiche da fare continuamente sia sul campo che a casa:

  1. Bilanciamento: bisogna BILANCIARE bene il telescopio
  2. Allineamento Polare: bisogna farlo BENE e non in maniera approssimativa
  3. Regolazione dei Giochi: sulle montature tipo Eq6, Heq5 e altri modelli è opportuno agire ogni cambio stagione per effettuare le veriifche dei giochi VSF e Corona
  4. Regolazione del cannocchiale polare: regolarlo ogni stagione
  5. Cablaggi: osservare bene che non tirino
  6. Focheggiatore del telescopio di guida: non deve flettere. Evitare di lasciare a penzoloni i cavi, al massimo tirarli su e fissare un occhiello passacavi sul tubo
  7. Sistema di fissaggio del telescopio di guida: evitare gli anelli come la peste, sfruttare attacchi solidali e con facili sistemi di serraggio
  8. Per ultimo: una corretta impostazione del software di guida…e qua si consumano altri misunderstanding.

Di tutti questi aspetti ne parlerò in altri tutorial, con calma. L’importante ora era definire l’importanza del campionamento.

Cieli sereni

Fabio Mortari

NON SARO BREVE!

Ho deciso di inerpicarmi in questo argomento per via delle domande continue che vengono rivolte in genere quando si tratta l’argometno astrofotografico, rivolgendomi soprattutto a chi non ha ben chiara l’importanza del campionamento. Si passa da chi non la considera per nulla a chi la considera addirittura troppo! Trovo sbagliate entrambe le visioni… Leggendo miriadi di discussioni online e decine di domande rivolte nella mia chat, penso sia bene fare chiarezza utilizzando possibilmente terminologia semplice ed efficace. Se ci riesco non lo so, ci provo…non me ne vogliano i guru dell’astrofotografia se qualche concetto può essere tirato via, ma “dovemo capisse”, sennò si continua a parlare sempre delle stesse cose e a fornire sempre le stesse risposte mal spiegate a domande mal poste. E inquesto lancio anche un segnale…non se ne può piu. Datevi una calmata tutti ahahah

Per i neofiti, invece, è impensabile raggruppare in poche manciate di righe tutto l’argomento. Su questi aspetti si scrivono tonnellate di libri e di formule matematiche, quindi per forza di cose non possiamo essere teorici…ma cerchiamo di essere pratici, vedendo ciò che ci serve sapere, perchè e come.

Partiamo dal principio teorico? dai..due minuti.

Proviamo a fare un pò di chiarezza. Seguitemi che forse ci arriviamo…

Il campionamento nasce dai numeri.

Immaginate il vostro occho che osserva una luce. Bene, potete dire che è luminosa, ma non sapete quanto giusto? E’ o “piu luminosa” o “meno luminosa” ma non abbiamo assolutamente idea di “quanto sia luminosa”. Questo perchè il nostro occhio possiamo paragonarlo alla pellicola fotografica, quindi seguendo questa logica ci troviamo nell’ambito analogico.

Bene, fino a un pò…perchè siamo approdati da tempo nell’era digitale e uno dei fondamenti dell’era digitale rappresentativa sta nel “rappresentare” appunto la realtà nella maniera piu reale possibile, con una marcia in piu però…e cioè, riprodurla in numeri,

Questo processo si chiama DISCRETIZZAZIONE. Ci siamo fin qua?

Bene, per rappresentare però la realtà in numeri abbiamo bisogno di un dispositivo che raccolga il segnale (che sia un microfono, un videoregistratore o un sensore fotografico appunto) e che lo trasformi in numeri. Il problema che nasce è che se prendo ad esempio un contesto musicale, ho bisogno che venga rappresentata quanta piu gamma di suoni possibili sia in timbro, sia in ampiezza che nella sua durata.

Facciamo un esempio, supponiamo che io prenda unmicrofono e voglia registrare la mia voce che dice per un minuto “Astrofilo Neofita Astrofilo Neofita Astrofilo Neofita etc.” . Lo registriamo con un dispositivo che però ha un clock che crea un ciclo al secondo. Purtroppo, ogni ciclo (o cella, per comodità visto che arriviamo al pixel) può contenere solo una informazione ergo un solo suono. Di tutto quel minuto, alla fine saranno registrati solo 60 cicli (un ciclo al secondo, 60 cicli), e quindi avrò registrato 60 suoni….ergo solo una lettera al secondo. Avrete perso buona parte della registrazione giusto? Di un centinaio di parole dette in un minuto, vi rimarranno solo 60 lettere. Ecco, questo si definisce come sottocampionamento, cioè rispetto all’informazione analogica, la digitalizzazione in questo modo ha creato una perdita di informazioni. Risultato, io ho detto “Astrofilo Neofita” ma ho registrato solo: “ATNFT“.

Ora facciamo un altro esempio diametralmente opposto…supponiamo di avere un clock che registra 1.000.000 di celle al secondo, otteremo un effetto inverso, cioè….”Astrofilo Neofita” verrà registrato cosi : “AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAASSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSSS” etc…. Questo è il SOVRACAMPIONAMENTO, che si traduce in una aberrazione dovuta alle troppe informazioni inutili registrateche sporcano il segnale con una molteplice ripetizione dell’informazione identica e che è difficile poi rimaneggiare.

Il Campionamento in Astrofotografia

Ci siamo fin qua? Dai è semplice …ora, dobbiamo arrivare all’astrofotografia. Quindi sostituiamo la parola “analogico” con “cielo”. Poi sostituiamo la parola clock O cella con PIXEL.

Bene, Il risultato in termini di effetto non cambia…il mio cielo è un cerchio il cui diamtro passa per infiniti punti.. Il mio pixel invece ha una dimensione fisica stabilita, non è infinito e si esprime in micron.

Quindi possiamo girare il discorso tranquillamente, dicendo che quando riprendiamo la volta celeste con un sensore, campioniamo il cielo, lo discretizziamo…e quindi rientriamo nelle regole di campionamento. Avete ora presente quello che succede in quanto spiegato in contesto audio? La stessa identica cosa succede nel cielo solo che

a) la cella appunto è la dimensione del pixel Il pixel può registrare una sola informazione e una soltanto!

b) il segnale audio analogico è il cielo, e passa per infiniti punti.

Proseguiamo…essendo il cielo paragonabile un cerchio, l’unità di misura diventa “angolare” e la cui unità di misura è l’arcosecondo, e quindi ecco spiegato perchè parliamo di arcosecondi.

Il campionamento astrofotografico quindi altro non è che la quantità angolare di cielo che cade all’interno di un pixel. e si esprime in Arsec/px (arcosecondi/pixel)

Anche qua abbiamo lo stesso identico effetto…se io SOTTOCAMPIONO, significa che una porzione troppo grande di cielo finice su un singolo pixel, al punto ad esempio di far cadere una stella in un solo pixel che diventerà un puntino bianco quadrato e questo effetto sarà presente su tutta l’immagine (avete presente l’esempio “ASTN” no?)

Se invece SOVRACAMPIONO, significa che una prozione TROPPO PICCOLA di cielo finisce su un singolo pixel, al punto ad esempio di far cadere una singola stella su TROPPI PIXEL, facendola diventare un pallone e sporcando quindi il mio segnale. (se 10 fotoni cascano su un pixel lo riempiono, ma se gli stessi 10 fotoni cascano su 5 pixel, peggiora il rapporto segnale/rumore)

Ora..poste le dimensioni di un pixel, chi determina quanta porzione di cielo ci entra dentro? Ovviamente la grandezza del pixel rispetto ALLA LUNGHEZZA FOCALE. Cioè, come è intuibile, piu è lunga la focale, meno cielo inquadrerà un singolo pixel e piu ingrandirò la stella che si spalmerà su piu pixel, ergo sovracampiono (“aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaassssssssssssssssss”), viceversa piu accorcerò la focale e piu la stella cascherà su meno pixel fino ad arrivare a farla cadere su un pixel solo, ergo sottocampiono (“ASTN”)

Da qui comprendiamo che c’è una relazione tra la grandezza dei pixel del sensore e la lunghezza focale dell’ottica su cui lo utilizzeremo. La formula con cui questo è calcolabile sui vostri setup è stra conosciuta ed è questa:

C = (Dp /F) x 206265

dove C = campionamento (in secondi d’arco su pixel) , Dp = dimensioni dei pixel del sensore utilizzato e F = focale del telescopio.

Ok ma all’atto pratico??? Qual è il valore giusto?

Ecco io lo sapevo che fin qua il discorso poteva essere chiaro ma che poi l’applicazione del concetto causa la piu grande marea di post di cui si possa aver memoria. Allora, faccio chiarezza secondo un MIO PARERE partendo da un concetto base

Se hai cominciato da poco e stai usando la reflex della fidanzata e il telescopio del nonnno NON FARTI STE PARANOIE E RIPRENDI. FINE.

Se hai già acquistato qualcosa e non ne hai tenuto conto, FREGATENE, NON FARTI PARANOIE E RIPRENDI. USA. FAI ESPERIENZA.

Se invece devi acquistare qualcosa, allora si..è opportuno tenerne conto…e quindi partiamo da un valore di riferimento con cui misursarci. Il valore di riferimento con cui misurare un campionamento lo possiamo trovare nell’astrofotografia antica se cosi la vogliam chiamare. E questo valore di masima ce lo fornisce IL NORMO GRAMMA

Lo Zio Normogramma.

Come si legge? Allora a destra abbiamo la Pixel Size. In centro abbiamo una riga con dei valori che riportano una lunghezza focale. A sinistra abbiamo gli arcosecondi pixel. Le bande in BLU rappresentano quello che per la lunga posa è un campionamento considerabile corretto. Allora prendete un righello…lo posizionate in linea retta sul valore della riga centrale 1.500. Bene, Il normogramma ci dice che a 1.500 di focale, utilizzando un pixel da 10 micron ci troviamo a campionare a 1,5 Arcescondi Pixel, quindi nel range di accettabllità. Viceversa se ci mettiamo un pixel da 8 Micron, andiamo a un valore di sovracampionamento. Già cosi potete cercare di capire se siete in linea con una ipotesi di lavoro.

PERCHE’ E’ CORRETTO DA 1,5 A 2 ARCOSECONDI/PIXEL?

iIl motivo per cui si considera questo valore come corretto è presto detto…fin’ora abbiamo parlato di teoria, e la teoria è quella del mondo ideale dove tutto è bello e funziona. Nella pratica abbiamo un elemento di disturbo rispetto al campionamento teorico, che è la massa d’aria che sta sopra le nostre teste.

Questa massa d’aria si muove, si sposta, riflette, rifrange…e crea aberrazioni al modo in cui la luce arriva al telescopio e di conseguenza ha influenze pesanti sul modo in cui viene registrata l’informazione. Una massa d’aria che si sposta verso una direzione ha come risultato quello di deviare il fascio di luce spostando letteralmente la stella, rendendola non piu tonda ma ovale, poi torna tonda, poi si ovalizza verso l’alto, poi diventa una roba strana a punte etc.etc.

Parlo di ovalizzazione proprio perchè si può intuire come la stella non cadrà piu sulla manciata di pixel dove dovrebbe cadere ma cadrà anche su quelli adiacenti…bene, piu saremo sovracampionati e piu questo problema sarà evidente, spallonando le stelle. Viceversa, meno avremo aria che si muove e piu andremo verso un sottocampionamento, dal momento che la stella ipoteticamente “fissa” si raccoglierà in un puntino coprendo molti meno pixel.

Quindi regola assoluta: SI DEVE TENERE CONTO DEL SEEING. Ovviamente siccome non si può cambiare telescopio e sensore tra uno scatto e l’altro, serve un valore di riferimento che permetta di avere un certo margine ed ecco sparato il valore del normogramma. Ma occhio….e’ valido per la lunga posa!!!

Mio cugino riprende campionando a 0,5 arcsec/px e la foto gli viene perfetta

Questa frase, spesso sparata la, costituisce il piu grande misunderstanding in questo contesto e spiego perchè.

Il fatto che ci sia un valore riferimento, non implica che sia la regola assoluta ma solo un margine di garanzia. Anche io riprendo a volte con un campionamento da 0,9 arcosecondi/pixel, ma se devo dire che è il setup che piu mi diverte mentirei…sono sempre in agguato, sempre all’erta e cala il numero di serate in cui è conveniente riprendere con quel determinato setup. Quando invece le cose vanno bene, ottengo immagini dettagliate.

Al di là di questo,quindi, tuo cugino deve anche spiegare con che tecnica riprende. Infatti, ad esempio, il valore citato riguarda sostanzialmente la lunga posa. Significa che tutto ciò che non è lunga posa, può portare ottimi risultati anche se sovracampionati. Perchè la lunga posa? Perchè ad esempio, se io riprendo scatti brevissimi, soffrirò meno dell’effetto del seeing! Cioè praticamente, la reiterazione di migliaia di scatti da 10 secondi in termini di dettaglio sarà migliore rispetto a 10 pose da 15 minuti ma poste alcune condizioni base:

a) OTTICA VELOCE. (< f/4)

b) DIAMETRO (>200 mm)

c) Sensore sensibile e con basso rumore di lettura

Diversamnte, il rapporto segnalre rumore acquisito non può essere vantaggioso, o perlomeno diventa una sfida e una prova da fare. Questa tecnica si chiama Lucky Imaging, è conosciuta dall’albore dei tempi ma è tornata oggi in voga grazie ai nuovi performanti sensori CMOS. Analogamente, l’imaging planetario che consiste nel riprendere un soggetto piuttosto luminoso, predilige lunghissime focali e campionamenti particolarmente “risoluti” proprio perchè si sfrutta una tecnica video con frame molto corti e riduzione dei nefasti effetti del seeing.

Finisco questo papello, dicendo che solo TU sai cosa in mente di fare e COME, chiedere il consiglo è assolutamente OPPORTUNO, ma prendi coscienza che se metti mano al portafoglio non puoi basarti esclusivaemnte sulle esperienze di altri, spesso mal spiegate e mal comprese. Il seeing cambia ogni istante, in ogni momento starai sottocampionando o sovracampionando e viceversa, nel susseguirsi delle pose. Quindi non fartene una malattia…ma tieni conto quando scegli cosa acquistare e sopratutto come utilizzerai il setup (lunga posa, corta posa, planetario)

In soldoni e per finire: NON FARTENE UNA MALATTIA. E’ importante sapere il corretto campionamento ma solo in fase d’acquisto e per effettuare le varie valutazioni in corso di ripresa. Ma di fatto, stiamo parlando di campionamenti teorici, e nella teoria non esiste il disturbo del seeing. Personalmente, io mi attesto sempre intorno a 1,5 arc/sec px quando decido di mettere mano a qualcosa nei miei setup, e come base di partenza la trovo piuttosto efficace.

Cieli Sereni

Fabio Mortari.

Questo breve articoletto vuole essere un semplice resoconto di come ho cercato di mettere in pratica il desiderio di non dover collegare ogni volta che fotografo tutti i cavi di alimentazione e usb. Inoltre ridurre al minimo l’assorbimento di energia e quindi aver una maggior autonomia a parità di batteria. 

In tal contesto gioca un ruolo fondamentale il portatile che anche affidandosi alla batteria interna, richiede inevitabilmente una ulteriore presenza di alimentazione da rete; sul campo si può ovviare con batteria ed inverter, aumentando dunque assorbimenti, riducendo ulteriormente durata batteria ecc..

Ho iniziato quindi la mia ricerca di un pc, piccolo, che potesse essere alimentato a 12v e cosa fondamentale, poterci installare i vari software a me cari e necessari (ascom, maxim, sequence generator, stellarium, phd2…).

La ricerca mi ha portato ai mini pc con processore Z83. Sono distribuiti da varie marche e si trovano sui vari negozi on-line (inutile qui elencarli..).

Quello che ho acquistato e provato è della Bqeel, queste le caratteristiche principali :

Bqeel Mini PC Z83II con Windows 10 Home, preinstallato; connessioni : 1x Gigabit LAN, 1x USB 3.0, 2x USB 2.0, 1x HDMI, 1x uscita audio, 1x SD slot (espandibile fino a 128 GB), 1x collegamento per l’alimentazione plug-in dotazione. I 32 GB di memoria sono sufficienti per molte applicazioni e profili utente. Inoltre, è possibile espandere la memoria con estrema facilità, basterà installare una memoria SD, una chiavetta USB o un hard disk USb ; supporta 2,4GHz + 5.0G WiFi e tecnologia Bluetooth 4.0, supporto 1000M LAN, 2GB RAM DDR3, 32GB di memoria di massa ,(con possibilità di espansione fino a 128GB). 

Fatta questa breve panoramica procediamo con ordine (almeno spero).

Acceso il pc e finito di configurare Windows 10 seguendo i semplici passaggi a schermo, si deve creare una rete wifi ad-hoc.

  • Aprite innanzitutto il prompt dei comandi andando su Start → Tutte la app → Sistema Windows, cliccando con il tasto destro del mousesu Prompt dei comandi, selezionando dal menù a tendina Esegui come amministratore e confermando con Si alla comparsa della finestra Account utente.
  • digitate il comando netsh wlan show driverse confermate con Invio. Controllate ora la riga con la dicitura Rete ospitata supportata e, se compare la voce Si accanto, allora vorrà dire che è tutto Ok, altrimenti dovrete provare ad aggiornare i driver e riprovare successivamente.
  • digitate quindi il comando netsh wlan set hostednetwork mode=allow ssid=NomeRete key=ChiaveRete, dove NomeRete sarà il nome che volete assegnare alla vostra rete, mentre ChiaveRete sarà la chiave di accesso alla rete stessa, che dovrà essere di almeno 8 caratteri. Successivamente alla pressione di Invio, verrà creata la vostra rete ad hoc.
  • Ora va attivata la rete stessa e per far ciò basta digitare, sempre dal prompt dei comandi, il comando netsh wlan start hostednetworke premendo Invio. Vedrete quindi comparire la scritta Rete ospitata avviata a conferma del corretto avviamento.

 

A questo punto manca di fare in modo che Windows crei e attivi la nostra rete ad hoc in automatico e all’avvio di Windows stesso. Questo ci permette di non da aver bisogno di alcun monitor da portarsi dietro per le nostre serate g-astronomiche

Si crea un file di testo (temporaneamente va bene salvarlo sul desktop). All’interno di questo file ci riportiamo questa scritta :

netsh wlan start hostednetwork 

A questo punto possiamo salvare il file con nome che preferiamo.

Creato questo file di testo che per capirsi chiamerò Avviowifi.txt , che dovrebbe trovarsi sul desktop, dobbiamo rinominarlo cambiandone l’estensione da .txt a .bat.

Abbiamo quindi il file Avviowifi.bat che dovrà essere copiato nella cartella “Esecuzione automatica” di Windows; quindi copia e incolla nel percorso qui sotto riportato :

C:\Users\NOMEUTENTE\AppData\Roaming\Microsoft\Windows\Start Menu\Programs\Startup

Bene, passiamo alla parte finale, ovvero fare in modo che da un qualsiasi portatile (CLIENT) o altro pc si possa accedere alla wifi creata sullo Z83 (SERVER) in modo da poter gestire lo Z83 in modalità remoto, ovvero senza cavi ma comunque sempre a distanza tale da permettere alla wifi dello Z83 e quella del nostro Client di potersi vedere.

Io ho optato per il software gratuito TightVNC (http://www.tightvnc.com/).

Quindi scarichiamo Download TightVNC (Installer for Windows (64-bit) o  Installer for Windows (32-bit) ) ed installiamolo sia sul SERVER (z83) sia su CLIENT (portatile o pc fisso).

Il programma funziona se l’ip del server è noto, in tal modo dal client indicheremo l’IP del server e password (inserita lato server da noi). Vediamo  con calma :

LATO SERVER :

Abbiamo la nostra nuova connessionewifi ad hoc creata – la troviamo sotto “apri cento connessioni di rete e condivisione” – e sempre da tale finestra clicchiamo su “Modifica Impostazioni scheda” e selezioniamo scheda che dovrebbe avere nel nome “Connessione alla rete locale (LAN)”, poi proprietà (pulsante destro del mouse) :

Selezionare ora “Protocollo Internet Versione 4(TCP/IPv4) ;

Cliccando su proprietà di apre una finestra dove dobbiamo inserire l’IP ed altri parametri della connessione lato SERVER

Potete inserire i numeri sopra riportati, l’importante è ricordarsi l’indirizzo IP che stiamo immettendo.

Ovviamente ci possono essere casi in cui tali impostazioni non vadano bene con altre reti già esistenti lato SERVER o CLENT in tal caso va affrontata la cosa caso per caso.

Fatto questo, clicchiamo ovviamente su ok e seguiamo le istruzioni a pc.

Sempre lato server facciamo partire VNC (precedentemente installato), quidi da programmi/TightVNC/TightVNC Server (Application Mode)/RunTightVNC Server

Viene una piccola icona in basso a destra, cliccandoci con pulsante destro andiamo su configuration :

E settiamo la nostra password .

A questo punto possiamo fare un bel riavvio e lasciare lo Z83 (server).

Andiamo sul nostro portatile, dove abbiamo installato precedentemente TightVNC e facciamo partire il Viewer, ovvero :

programmi / TightVNC / TightVNC Viewer

Se non vi sono imprevisti si apre una finestrina :

A questo punto basta inserire l’IP inserito sul server e cliccare su connect; ci verrà richiesta password che abbiamo messo in fase di configurazione VNC Server. Stop, ci si dovrebbe ritrovare il desktop dello Z83.

Note : La password per TightVNC è obbligatoria, ho provato anche con campi vuoti ma a me non funziona; per quanto tutto questo sia bello (forse) o divertente, voglio far presente che non possiamo aspettarci velocità stratosferiche dal buon Z83 come del resto bisogna pazientare qualche minuto perché dalla sua accensione a rete wifi creata passa un pochino (credo 1-2min), quindi pazientate e nel frattempo stazionate la montatura

Ringrazio l’amico Fabio Mortari per concedermi lo spazio e per il suo aiuto; infine gli amici Federico Pagliai e Manuel Conti, inesauribili pozzi di nozioni tecniche/informatiche/meccaniche .

Eccoci dunque arrivati ad un argomento molto importante per quanto riguarda l’astrofilia, piu specificatamente per l’argomento astrofotografico.

La questione verte sostanzialmente in una scena tipica che si presenta con una certa costanza durante le sessioni di astrofotografia; hai montato il tuo setup, una Eq6 che porta un Newton 250 f/5, un tubone bello grosso, con il sensore collegato al focheggiatore. E’ normalissimo che in questa situazione si venga avvicinati da persone che come prima domanda chiedono “A quanti ingrandimenti stai fotografando?”

Soprattutto quando ero agli inizi, io stesso ero caduto in questa specie di tranello, interpretando il telescopio come se fosse uno zoom di cui tipicamente vengono espresse le potenzialità con un valore di ingrandimento massimo. E, analogamente, mi son trovato nella situazione contraria,  in cui mi è stata posta la domanda e ho dovuto cercare una risposta adeguata.

 Cerchiamo quindi di essere chiari: non è sbagliato parlare di ingrandimenti quando si fa astrofotografia. Ma è fuorviante fornire un valore di ingrandimento basato su valori numerici con affianco un “per” (x), come ad esempio 100x o 10x.  Questo discorso, come vediamo immediatamente, è differente per i visualisti dove gli ingrandimenti sono forniti da una semplice formula tra i millmetri dell’oculare rispetto alla focale del telescopio. La formula è questa

focale/mm oculare = ingrandimenti

Esempio banale: se abbiamo un telescopio con 750mm di focale a cui applichiamo un oculare da 10mm, avremo un ingrandimento di 75x.

Ma quando facciamo astrofotografia non abbiamo oculari (a meno che non stiamo facendo proiezione dell’oculare) e quindi ricavare un valore di ingrandimento in queste modalità può portare a non comprendere appieno la noce della questione

CALCOLI DA FARE

Ok, ci siamo, vediamo di entrare in partita ed andiamo subito al sodo: l’unità di misura relativa al campo inquadrato da un sensore sul telescopio, è l’arcosecondo.

L’arcosecondo è un’unità di misura angolare, che corrisponde a 1/3600 di grado. Per renderlo piu “tangible” (anche se  corretto dal punto di vista concettuale ma meno da quello pratico) potreste immaginare la volta celeste come un enorme orologio analogico. Mentre il rapporto tra la lunghezza focale e la dimensione del pixel possiamo interpretarla come il movimento minimo possibile della lancetta.  Ne deriva che, in seguito al rapporto appena citato tra la focale e la dimensione del pixel,  lo scattino della lancetta tra un secondo e l’altro disegnerà nella volta celeste il nostro ipotetico arcosecondo,  che possiamo quindi definire come la porzione di cielo inquadrata ad una determinata focale con un pixel di dimensioni X. Boom. Non si capisce niente…

Va bene va bene…Facciamo allora un altro esempio. Fingiamo di essere mosche, con gli occhi a quadretti.

MOSCA

Chiamiamo i quadretti “pixel”. Guardiamo il cielo a occhio nudo: ogni quadretto del nostro occhio “a mosca” inquadrerà una porzione di cielo. Mettiamo davanti agli occhi un cannocchiale, ogni quadretto del nostro occhio inquadrerà una porzione di cielo minore rispetto a prima. Noi dobbiamo sapere quanto cielo viene inqudrato da ogni quadretto dell’occhio della mosca.

Compreso questo deduciamo un aspetto importante, soprattutto per noi neofiti: abbiamo capito uno dei motivi per cui all’interno delle schede tecniche dei sensori astronomici viene dichiarata la grandezza in micron del singolo pixel. Lo voglio evidenziare, perchè quando scelsi il primo sensore per effettuare l’autoguida, non mi curai assolutamente di questo parametro, tantomeno mettendolo in relazione alla focale del telescopio di guida stesso con il rischio di trovarmi con un sistema di guida non opportuno.

Vediamo quindi la formula banalissima per sapere quanti arcosecondi vengono inquadrati da un pixel su un telescopio, valore la cui definizione instriseca è “campionamento”:

C = (dimensione pixel x 206265) / Focale utilizzata

Dove

c = valore di campionamento espresso in arcosecondi per pixel

dimensione pixel = dimensione in millimetri del pixel

206265 = costante radiale

Focale utilizzata = focale utilizzata per riprendere.

Esempio: supponiamo di avere un telescopio da 1250mm di focale e che vogliamo riprendere un oggetto celeste con una reflex, tipo la canon Eos450D

Abbiamo quindi: focale = 1250mm, pixel = 5,2 micron

Convertiamo subito i micron dei pixel in millimetri: 5,2/1000 = 0,0052

Applichiamo la formula

C = (0,0052*206265)/1250 = 0,85 arc/sec per pixel

Analogamente, supponiamo di riprendere con un telescopietto da 347mm di focale

C = (0,0052*206265)/347 = 3,09 arc/sec pixel

Come vediamo, piu che parlare di ingrandimento, possiamo riferirci a questo valore per comprendere che anche in questo caso, a parità di sensore, una focale piu spinta diminuisca la porzione ripresa per ogni pixel, viceversa accorciandola, aumenti.

Questo inoltre suggerisce un altro aspetto: cioè che se io volessi sapere quanta “porzione” di cielo riprende il mio sensore con un determinato telescopio, posso semplicemente moltiplicare il valore arcosec/px per il numero dei pixel presenti nel sensore.

Rifacciamo quindi il calcolo tenendo presente i due campionamenti, sapendo la risoluzione della reflex che è 4,272 × 2,848.

a) Newton 1250mm di focale con canon

 0,85 x 4,272 = 3.631 arcosecondi in larghezza del sensore

e 0,85 x 2848 = 2420 arcosecondi in altezza del sensore

Li dividiamo per 60 e abbiamo il valore in primi che diventa: 61 x 40 circa.

b) Rifrattore 347mm di focale con canon

3,09 x 4272 = 13200,48

3,09 x 2848 = 8800,32

Li dividiamo per 60 e abbiamo il valore in primi che diventa = 220 x 146 e rotti.

Abbiamo quindi visto che a parità di sensore,  aumentando la focale diminuisce la quantità di cielo ripresa per ogni singolo pixel e analogamente diminuisce il campo inqudrato dal sensore.

L’IMPORTANZA DEGLI ARCOSECONDI

Fino ad ora ci siamo concentrati nel comprendere come ricavare il dato, veidamo ora in cosa può esserci utile

a) Nello stabilire opportunamente il sistema di guida: conoscendo quanto “cielo” viene visto da un pixel nel sistema di ripresa e quanto “cielo” viene visto da un pixel nel sistema di guida, posso comprendere il rapporto reale che esista tra i due sistemi e quindi valutare se il sistema di guida campiona in maniera sufficiente a consentire

b) nella possibilità di conoscere le posizioni degli astri: tipica condizione su cui si basa qualsiasi sistema di plate solving, siamo nel campo dell’astrometria. Tramite la conoscenza del valore di campionamento, abbiamo la possibilità di conoscere la distanza angolare tra due astri, e riconoscere cosi le velocità (ad esempio) angolari di spostamento di un asteroide, o di una cometa, o semplicemente indivudare un campo inquadrato tramite il calcolo delle distanze tra piu stelle

c) nella possibilità di decidere con quale ottica riprendere in base al seeing: essendo il seeing determinato dal movimento delle masse d’aria che spalmano la figura della stella ed essendo anch’esso espresso in arcosecondi, possiamo decidere in base alle condizioni del seeing con quali accoppiate sensori telescopio operare in modo da facilitare la raccolta del segnale. Ecco un esempio di una tabella prelevata dal sito treckportal, tabella relativa a campionamenti consigliati per riprese planetarie:

tab_campionamento

d) Nella conoscenza findamentale del proprio sistema ottico basato sul campionamento: considerando che il campionamento rappresenta un indicatore qualitativo relativamente alla registrazione dell’informazione sul sensore, e considerando che questo viene teoricamente considerato efficace per valori che variano da 1,5/2 arcsec/pixel, abbiamo modo di comprendere quanto il nostro sistema sarà pronto a registrare correttamente le informazioni. Qualora si abbiano quindi valori troppo alti, o troppo bassi di campionamento, subentra il rischio di ottenere pose piu rumorose ed effetti indesiderati sui nostri frame e che richiederanno quindi interventi di post elaborazione piu incisivi.

Questi sono solo alcuni degli aspetti che suggeriscono l’importanza di conoscere quindi il valore di campionamento in arcosecondi del nostro sistema di ripresa. Farò poi un ulteriore articolo dedicato esclusivamente all’autoguida e al rapporto tra questa e il sistema di ripresa, argomento spesso messo da parte da noi neofiti e che invece merita un focus approfondito sopratutto nel momento dei primi acquisti.

Stay Tuned e se non è chiaro, chiedete!

In questo articolo vorrei cercare di affrontare il tema della calibrazione dei files acquisiti, in particolare (come da titolo) i flat field.

Chi mi ha seguito un pò sa che già da tempo avevo scritto qualcosa in merito, una serie di articoli che poi ho riletto in seguito alle mie ultime intuizioni e agli ultimi accorgimenti che mi sono pervenuti da astrofotografi piu bravi di me e ho compreso che c’è un errore in cui si casca molto facilmente soprattutto quando si è agli inizi. Bene, comunque sia, prima di iniziare dovrei fare un appello, o meglio un “incipit”.

In questa passione ci sono un sacco di persone preparate. Io non ho mai trovato alcuna passione che sia multidisciplinare come l’astrofilia (e in particolare l’astrofotografia o la ricerca astronomica amatoriale). In questo settore si trova di tutto: dal meccanico d’auto che si autocostruisce i pezzi della propria montatura, all’ingegnere elettronico che si autocostruisce un ccd, fino all’ingegnere informatico che produce i software. Questo va anticipato perchè l’argomento che tratto è molto tecnico, e sto cercando di comprenderlo a fondo per poter spiegare le mie idee in merito. Sono quindi a rivolgermi a chi davvero ha qualcosa da suggerire invitandolo a correggermi se per caso c’è qualcosa di non corretto o se ho compreso male alcuni passaggi teorici.  Ricordate che chi scrive è un impiegato, nulla di piu. E quindi ci sono molti aspetti tecnici che non riuscirò mai a comprendere appieno.

Ora veniamo al dunque: perchè dedicare un articolo ai flat?

Risposta: semplice..perchè mi sono accorto nel tempo che il flat determina in maniera assoluta l’esito di una ripresa. E’ importante tanto quanto i light. Mentre per il rumore si può tentare con qualche noise reductor software (sconsigliabile, ma fattibile) per quel che riguarda l’applicazione del flat non ho trovato niente che sostituisca questa importante fase della calibrazione di una immagine. Un mio conoscente si affidava a Lightroom per rimuovere la vignettatura vantandosi di questo software come espediente per non fare i flat, ma il flat field in realtà non corregge solo la vignettatura anzi agisce in piu direzioni che si traducono in una possibilità enorme riguardo lo stretching di segnale.

Nel mio percorso mi sono abituato a chiedere, tanto…a tutti. Trovo questo l’unico umile metodo per imparare, nel frattempo si socializza e si allargano i propri orizzonti. In questi quasi 3 anni di astrofotografia mi sono trovato a contatto con diverse realtà: si passa da “quello che non fa i flat e chi li fa perde tempo” (è una stupidaggine) a quelli che invece li ottengono considerando aspetti diversi della propria strumentazione. Questo ha portato a risposte completamente diverse alla tipica domanda “scusa ma a quanto va esposto un flat?”. Si va da chi li espone a 1/3 della FWC del sensore, a chi li espone a metà della dinamica in bit (esempio 16 bit = 65535 ADU / 2 = 30.000 adu circa) a chi invece li espone in seguito ad una verifica sul campo dell’effetto che restituiscono sull’immagine (ergo: a fine sessione, scatta, applica e osserva. In base a ciò che osserva, ritocca le esposizioni).

Personalmente, questa gran differenza tra i metodi mi ha messo in gran confusione.  Sopratuttto mi sono accorto sulla mia pelle che applicare il criterio dell’astrofilo X che riprende con il sensore X, non funzionava sul mio sensore. Per quasi otto mesi ho avuto problemi coi flat, che risultavano sovraesposti se applicavo il criterio della metà della dinamica, mentre risultavano sottoesposti se applicavo un criterio suggeritomi da altri astrofili che affermavano il contrario dei primi. Insomma, un gran pasticcio. Il punto è che in linea di massima i flat funzionano grosso modo a tutti coloro che li applicano e questo causa ancora piu confusione se inizi ad avere dei problemi di segnale nelle tue immagini.

In buona sostanza, mi sono accorto che in parecchi utilizzano un metodo che a ben vedere funziona perfettamente solo con determinate caratteristiche del sensore. Non me ne voglia alcuno di voi, non è una critica. E’ solo una sensazione che ho provato sulla pelle e che mi ha lasciato n pò sperduto.

Ora, ho cercato un punto di appoggio. Ho pensato durante questi mesi di crearmi un punto di appoggio, su cui muovermi, che fosse fisso e valido per tutti i sensori. E confrontando piu fonti e leggendo a destra e a manca, sono arrivato ad una conclusione che ritengo concettualmente valida. Questo non implica che non ci sia qualcuno che abbia già spiegato in chiaro il discorso, però se cosi fosse io non l’ho trovato da nessuna parte.

LA QUESTIONE PARTE DALLA DINAMICA

Il primo errore che ho fatto e portato avanti nel tempo, è stato quello di confondere la dinamica del sensore con la dinamica del convertitore. Normalmente nelle schede tecniche dei CCD si legge che la dinamica è 16 bit, i quali corrispondono a 65.500 c.ca valori di grigio. Ora, in realtà questa non è la dinamica reale del sensore, ma è la dinamica di conversione del valore letto sul pixel XY. E’ una differenza importante, perchè leggere “esporre un flat per la metà della sua dinamica” porta a pensare che questo vada esposto fino ad ottenere un valore pari a 30.000 adu circa.

La verità è un’altra: parlando con astrofotografi davvero bravi, ho compreso in realtà che la dinamica del sensore è la capacita dello stesso di contenere all’interno dello stesso frame segnali forti e segnali deboli. Se prendiamo una astrofotografia, ad esempio, abbiamo in diversi casi una grandissima differenza dinamica tra la luminosità dell’oggetto e le nebulose che lo affiancano. Un esempio tipico può essere rappresentato da M42, la Nebulosa di Orione, dove al centro abbiamo grande luminosità, mentre nelle parti piu esterne abbiamo una nebulosità molto debole. Ecco, la gamma dinamica del sensore è quella che permette a tutti e due i “segnali” di convivere nello stesso frame, nella stessa immagine.

Perchè è importante sapere questo? Perchè le nostre immagini sono afflitte da alcuni problemi, tipo la vignettatura e le macchie di polvere. E cosa sono queste se non l’espressione della dinamica di un sensore?

Andiamo avanti: possiamo ottenere informazioni sulla dinamica del nostro sensore? Certo. Il valore si ricava da una semplicissima formula che è questa:

FWC/R.O.N.

dove:

FWC = Full Well Capacity che esprime la capacità in elettroni dei pixel del sensore

R.O.N.= ReadOut Noise che esprime il valore in elettroni del rumore di lettura introdotto nelle fasi di scarico dell’immagine.

Esempio, il sensore che io ho a disposizione (Moravian G2.8300) ho questi dati:

FWC = 25.000

ReadOut Noise = 8

Vado a dividere FWC/Ron ed ottengo una dinamica del sensore pari a 3.125 E.

LA CONVERSIONE IN ADU

Per renderlo fruibile, questo valore va convertito in Adu, in modo da poter visualizzare poi a monitor la media del Flat Field e comprendere cosi se siamo arrivati ad esporlo per tutta la gamma dinamica a disposizione.

Per convertire il valore di dinamica ottenuto in Adu, è necessario avere il gain, il guadagno. Questo valore si ottiene in due modi

a) dalle schede tecniche

b) Applicando la formula:   FWC / dinamica di conversione (65.500 adu per sensori a 16bit)

Nel mio caso: 25000/65537 = 0,389 e/adu

Sapendo questo valore posso convertire la gamma dinamica del sensore in ADU e ottenere cosi un flat field che abbia una media rientrante in quel valore.

Quindi, sempre nel mio caso: 3.125 / 0,389 = 8.033 Adu

Ecco quindi, che esponendo il mio sensore fino ad ottenre un flat di 8.033 Adu, mi permette di calibrare la mia immagine avendo come base la gamma dinamica del sensore stesso.

Questa procedura l’ho testata su due sensori: sulla Atik314 mi ha risolto tutto il problema che avevo in precedenza (cioè flat sovraesposti) mentre sul sensore G2.8300 fin’ora non ha mai restituito alcuna vignettatura e mi ha permesso di sviluppare tutto il segnale a disposizione.

horse

Miracolo o fortuna? non lo so, ma il concetto alla base ha una sua sostanza e lo sto applicando con successo dopo le diverse fatiche compiute nell’arrivarci.

IL CONCETTO DI BASE

Mi sono imbattuto spesso in discussioni proprio in merito alle vignettature, dove in alcuni casi questa viene risolta con un flat mentre in altre no. Inoltre mi è capitato anche di leggere (e vivere in prima persona) molte difficoltà nel comprendere perchè un metodo di flat a volte funziona e a volte no.

Nel ragionamento in cui mi sono imbattuto tutto questo appare molto chiaro. Perchè in realtà un flat, visto da questo punto qua, non riuscirà mai a correggere differenze di luminosità talmente ampie da sforare la gamma dinamica del sensore con cui è stato rilevato. Paradossalmente, stessa ottica e sensore con una dinamica piu larga, potrebbe invece risolvere almeno parzialmente il problema ove fortemente pronunciato. Va da se però che se la vignettatura è causata da un adattatore da 31,8mm su un sensore full frame..beh..li non c’è flat che tenga..non arriva luce 😀

Inoltre, spesso viene considerato il flat come una semplice divisione che si adopera sul valore dei pixel. Cercando e leggendo, ho invece compreso come in realtà il flat non sia una divisione spicciola ma si traduca in realtà nell’applicazione di un valore di guadagno sul pixel, in modo da permettere un’0mogeneità di risposta su tutta l’immagine. Essendo che un sensore non avrà mai due pixel che lavorano nella stessa maniera (ci saranno quelli piu sensibili e queli meno sensibili) applicando un flat si approssima un valore omogeneo tra i pixel permettendo cosi una immagine piu regolare e piu facilmente elaborabile.

E pensandoci bene, una macchia di polvere non può essere “vista” anche come una serie di pixel che lavorano meno?

L’APPLICAZIONE CORRETTA DEL FLAT

Arrivo in conclusione a dire che considerando il metodo di lavoro di un flat field, considerando la sua naturale applicazione e l’intervento che fa sul singolo pixel (e solo su quello), viene spontaneo raccomandarne l’utilizzo in queste modalità

a) ottenere almeno 11 flat

b) applicarli esclusivamente con funzioni di Media e non  Sigma o Sdmask etc.

Questo è facilmente intuibile: la media prende il valore del singolo pixel e ne calcola una media matematica con il numero di frame. Sdmask e Sigma invece, calcolano una deviazione standard sui pixel adiacenti, facendo cosi perdere unaparte dell’efficacia del flat col rischio (ripeto, rischio..non certezza, ma rischio) di avere un’immagine calibrata con ancora una parte delle sue aberrazioni ben in vista durante le fasi di stretching.

Se ritenete che quanto qua scritto non sia per nulla corretto, sono pronto a discuterlo. Ma io ho risolto lo stesso problema su due sensori diversi…

Siate buoni con me, ci sto mettendo la faccia :mrgreen:

 

 

zzzzzzzzzzzz…..

zzzzzzzzzzzz…..

zzzzzzzzzzzz….

…si lo so lo so…stai usando Pinpoint di MaximDL e stai aspettando che venga risolta la prima lastra di allineamento. Dopo aver fatto “millemila” regolazioni sulla Home della tua Eq6, ancora non ci siamo…vedi quella barra blu che va avanti da dieci minuti, ma ancora il software non ha capito dove stai puntando…..

Ne avevamo già parlato su questo blog (LINK) in effetti: Pinpoint di MaximDL è un programma che funziona molto bene a patto però di aver rispettato a puntino tutte le azioni preliminari. Il che si traduce appunto in una utilità marginale per l’astrofilo itinerante, sempre alle prese con ben altri problemi.

Tante volte mi sono trovato a dover perdere ore per cercare di risolvere una immagine, mi ricordo questa primavera una sessione parzialmente naufragata a causa di una errata Home Position che non permetteva a Pinpoint di risolvere la zona di cielo puntata. Considerando le imperfezioni di Goto tipiche della montatura (di cui la Eq6 ne è un pò l’emblema a volte) posso dire che questa situazione spesso fa arrabbiare, soprattutto se si lavora con focali spinte su montature non precisissime.

Ma da Ottobre di questo anno (quindi recentemente) esiste una utility molto interessante ed in continuo sviluppo creata da un noto astrofilo italiano, Giovanni Benintende,  che sfruttando il “motore” di Astrometry.net permette di risolvere qualsiasi zona di cielo a prescindere dalle coordinate a cui sta puntando la montatura. Detto in parole povere, abbiamo a disposizione GRATUITAMENTE una applicazione che riesce a riconoscere una zona di cielo qualsiasi essa sia, con risultati eccezzionali; il che si traduce non solo in una minor richiesta di precisione da parte dell’astrofilo nel posizionamento del setup, ma anche in un risparmio di tempo assolutamente notevole. Vediamola un pò nel dettaglio

ALL SKY PLATE SOLVER

by Giovanni Benintende

link per download

PlateSolver1

All Sky Plate Solver è un’applicazione molto semplice da utilizzare (ma non da creare, suppongo) che permette di risolvere qualsiasi zona del cielo in pochi secondi, a prescindere da dove si stia realmente puntando con la montatura. In aggiunta, è possibile chiedere al software di risolvere immagini già scattate per conoscerne le coordinate (in questo caso non necessita infatti la connessione ad una montaura Ascom);  digerisce gran parte dei formati di astro-immagine che gli si può dare in pasto ed il motore è un “indovino” assolutamente perfetto. Il segreto alla base sta nello sviluppo di un’applicazione che fonda le sue risorse sul noto kit di sviluppo creato da Astrometry.net e di cui avevamo parlato già a questo LINK.  La domanda che potrebbe sorgere spontanea (o il dubbio che potrebbe derivarne) è: serve un’applicazione che “ripete” ciò che già c’è online? Risposta: ASSOLUTAMENTE SI. Per due motivi essenziali:

  1.  L’applicazione non necessita di connessione online per essere utilizzata (e via uno!)
  2.  L’applicazione rende FRUIBILE il kit di Astrometry.net in qualsiasi occasione, con pochi click e senza navigare in pagine o uploadare immagini.
  3. L’applicazione comunica direttamente con Ascom o MaximDL, e quindi permette di SINCRONIZZARE AUTOMATICAMENTE la montatura con le coordinate realmente puntate
  4. Gestisce anche la camera di ripresa, in modo che con un solo pulsante – chiamato CLICK, SOLVE & SYNC  verrà tutto gestito in automatico: in buona sostanza, verrà avviato il software di acquisizione, verrà scattata una immagine del cielo, verrà risolta e infine sincronizzata la montatura. In un tempo di…ehm…qualche decina di secondo? Buttate via il cercatore….

Quindi, mi sento di poter assolutamente dire che una volta provata questa applicazione, questa vada inserirla direttamente nel nostro “Must Have”. Vediamola un pò piu approfonditamente perchè il programmatore ci ha messo a disposizione un’intuizione meravigliosa:

INSTALLAZIONE

donwload astrometry

L’installazione è molto semplice, ma consiglio di eseguirla di notte. Il perchè è presto detto…per avere gli archivi di Astrometry.net in locale è necessario scaricarli per cui dopo le operazioni preliminari di installazione il software dovrà scaricarsi una parte dei predetti archivi e questo ovviamente richiede tempo. L’aspetto interessante è che il programmatore ha risolto una bella parte di lavoro, integrando all’interno del programma un’interfaccia di scaricamento praticamente automatica e quindi in realta dovremo fare ben poco…Inoltre è un’operazione che si farà una volta sola ed eventualmente integrata nel tempo con l’utilizzo di diversi FOV,  ma fatto questo tutto è utilizzabile in locale.

Installare l’applicazione è semplicissimo ovviamente, tralasciando il doppio click sul file “install.exe” (fin qua ci siamo vero?) l’applicazione si installa e la prima azione che fa una volta avviato è recuperare online il software kit di Astrometry.net, operazione che richiede pochi minuti, come si vede nell’immagine sopra.

INDICI

index

Una volta installata l’applicazione, viene richiesto l’indice dei file che si ottiene appunto tramite download della sezione di archivi di cui ho parlato poco fa. Bene, è semplicissimo. Basta inserire la lunghezza focale dei propri setup (una alla volta) le dimensioni dei pixel in micron e la dimensione del sensore, espressa in numero di pixel oppure in larghezza * altezza in mm. Il sistema individuerà automaticamente i file da scaricare in base al campo inquadrato. A quel punto basterà cliccare su “install selected indexes” e inizierà il download. Possono volerci alcuni minuti o alcune ore, dipende dal nostro campo inquadrato.

CONFIGURAZIONE DEL SOFTWARE

general settings

Come anticipato, il software si sincronizza con montature Ascom e con camere di ripresa che funzionino o tramite Ascom o tramite MAximDL. In questa pagina si devono inserire la lunghezza focale e la grandezza dei pixel in micron. Inoltre ci sono alcune opzioni interessanti come “on successfull click & plate solve, execute sync mount” che letteralmente significa: “quando viene risolta la lastra con successo, allora sincronizza la montatura.”

Nota: per quanto riguarda la focale, se utilizziamo MaximDL per riprendere l’immagine da risolvere, il sistema chiederà se si vuole utilizzare quella inserita nel file fit al momento della risoluzione della lastra. E’ una particolarità interessante perchè in questo caso la “focal length” impostata nella schermata di cui sopra non viene tenuta in considerazione. Se teniamo presente che spesso guidiamo e acquisizamo tramite Maxim che comunque necessita delle lunghezze focali delle ottiche, ecco che questa schermata una volta impostata potrebbe non esserci piu necessaria

RISOLUZIONE & SYNC

solved

Una volta fatto un Goto su un oggetto (non centrandolo as usual 😀 ) basterà cliccare su  click plate & solve per far partire la routine di risoluzione. Il sistema è particolarmente veloce, nell’esempio di cui sopra in 33 secondi il software è riuscito a risolvere la lastra, senza sapere in principio “dove stavamo puntando”. Questo è meraviglioso!

Nota: vengono proposti due tipi di allineamento: Blind & Near. Blind viene utilizzato senza avere a disposizione le coordinate puntate. Near invece funziona tramite la connessione ascom alla montatura e quindi partendo da una zona di cielo prossima a quella realmente puntata.

CONCLUSIONI

Le conclusioni penso siano molto intuibili.  Il programma gira benissimo e non sbaglia un colpo.  Per quel che mi riguarda è diventato uno dei software chiave delle mie sessioni, dal momento per tanto tempo ho utilizzato Pinpoint e che essendo un astrofilo itinerante non sempre riesco ad ottenere la massima precisione negli allineamenti di Home. Questo mi ha causato ben piu di un problema, con innumerevoli casi di riposizionamento ad Home e diversi goto prima di trovare la giusta posizione. Se poi considero le volte in cui ho utilizzato focali piu spinte sempre tramite Pinpoint diventando letteralmente matto prima di scattare la prima immagine, ecco che viene fuori l’incredibile utilità di questa applicazione che risolve in breve tempo il problema.

Una nota di merito va poi a Giovanni Benintende. Perchè io penso che mettere a disposizione gratuitamente una applicazione del genere sia un gesto enorme.

Ho notato che nel sito non c’è nemmeno un pulsante “Donate” (ebbene si…ci avevo pensato, perchè l’applicazione mi ha davvero aiutato!), cosa che mi ha sorpreso e non poco. Certo, si potrebbe obbiettare dicendo che questa è un’interfaccia e non un motore, in quanto il motore di risoluzione realmente è creato da Astrometry.net…vero…ma questa applicazione ha un merito enorme: rende FRUIBILE il motore. E questa è la vera “base” perchè è inutile avere a disposizione grandi motori se poi non abbiamo gli strumenti per accenderli.

Per cui mi rivolgo a lui ed anche a tutto l’humus di astrofili italiani che creano utility e che dedicano molto tempo alla programmazione di accessori che ci risolvono problemi ringraziandoli tutti.


La qualità e la riuscita delle nostre astrofotografie passano anche attraverso il vostro impegno, e questa considerazione non deve mai mancare in nessun astrofotografo onesto.

NOTA: PER SCARICARE IL SOFTWARE – LINK